La parola canta

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fotoDopo “Le voci di dentro” di Eduardo de Filippo Peppe e Toni Servillo tornano sulla scena e lo fanno con la loro co-protagonista preferita: la città di Napoli. In quello che Peppe definisce “un moderno varietà, dove musica, poesia e teatro si fondono in un unico gesto creativo” i due fratelli raccolgono e riportano testi, poetici e musicali, della tradizione napoletana. La selezione operata è interessante perché- seppure si conceda momenti puramente legati all’iconicità più classica della “napoletanità” con pezzi come “Dove sta Zazà” o “Maruzzella” – resta varia e non trascura, anzi valorizza, opere più recenti, una su tutte l’introduttiva “Napule”, poesia del 2011 di Mimmo Borrelli. Non si prescinde ovviamente dalla presenza di Eduardo de Filippo con un testo del 1948, “Vincenzo de Pretore”, che unito alla vivacissima interpretazione di Toni Servillo è uno dei momenti più intensi e allo stesso tempo divertenti dello spettacolo.

Quello portato in scena dai fratelli Servillo è dunque un dichiarato ed appassionatissimo omaggio verso la loro città ma, sebbene non sia inusuale per dei grandi artisti ricordare e celebrare il loro “posto dell’anima”, lo spettacolo dei Servillo trascende da questo semplice desiderio e lo unisce ad una riflessione più profonda sull’elemento più caratterizzante dell’identità di una cultura: la sua lingua. Intenzione esplicitata da Toni stesso nella conclusione dello spettacolo, che si chiude con “Cose sta lengua sperduta”, di Michele Sovente.

Nel caso di un luogo dall’identità così forte ed orgogliosa come Napoli non si può infatti prescindere dall’utilizzo della sua lingua. Partendo da questa volontà, che è però anche una necessità, Peppe e Toni Servillo sviluppano una riflessione più profonda sul ruolo della parola nella creazione di quel mondo parallelo in cui il teatro vive e fa vivere. L’elemento più interessante dello spettacolo è senza dubbio questo valore consapevolmente dato alla lingua, al suo suono, le sue forme e alla sua straordinaria capacità di restituire non solo significati ma impressioni, atmosfere, luoghi. Quasi un esperimento, dichiarato fin dal titolo, per utilizzare la poesia e la musica come medium per rendere accessibile un mondo anche a chi ne è estraneo, attraverso la capacità evocativa dei suoni.

La componente visiva della scena viene significativamente quasi completamente annullata: la voce, la parola, gli strumenti dei preziosi Solis String Quartet sono al centro assoluto dell’attenzione.

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con Peppe Servillo e Toni Servillo

e con il Solis String Quartet

Vincenzo Di Donna violino

Luigi De Maio violino

Gerardo Morrone viola

Antonio Di Francia cello

Produzione Teatri Uniti

Durata: 1ora e 20, atto unico

 

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