Lunghi applausi per “Orchidee” di Pippo Delbono

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Foto di Futura Tittaferrante
Foto di Futura Tittaferrante

Difficile scrivere del teatro di Pippo Delbono, difficile perchè l’artista decide di portare in scena la vita stessa. Ecco cosa è attualmente in scena al Bellini di Napoli: il tentativo di vivere, di esserci, vita in tutte le sue forme ed espressioni. E come si fa a descrivere la vita che è flusso continuo di pensieri, azioni e riflessioni?

Delbono, nel suo spettacolo “Orchidee” mette insieme un suggestivo collage di emozioni legando ricordi, immagini, musica, riflessioni di ogni tipo. Uno sforzo per bloccare il tempo che scorre inesorabile, come del resto lo stesso artista scrive nelle note di regia «un tentativo di fermare il tempo che sto attraversando».

E il tempo della vita dell’artista è tempo di amore, di gioia, di dolcezza ma anche di furia, di rabbia, è tempo di ricordi (lo spettacolo nasce dal ricordo della madre di Delbono morta un anno fa), è tempo di vita e di morte insieme. Tentativo di rimanere in vita nonostante questo nostro tempo funesto, dove la bellezza è morta ed il mondo di plastica in cui viviamo ci uccide ogni giorno. Metafora di tutto ciò è il fiore dell’orchidea, il fiore più bello, ma anche il più malvagio. La voce fuori campo di Delbono, pesante, grossa, scandita dal suo respiro affannato, ci racconta la storia dell’orchidea, simbolo di amore e di morte, lo dice un’antica leggenda dell’Epiro, la storia di Orchide, fanciullo dalle sembianze femminili, evitato dagli altri per la sua ambiguità e morto suicida.

Fermare il tempo, dunque, aiutato dalle immagini, dai suggestivi filmati, aiutato da William Shakespeare, da Anton Checov, da Jack Kerouac e dalle musiche che spaziano dai Deep Purple a Nino Rota e Pietro Mascagni, passando per Enzo Avitabile che con le sue sonorità etniche fa dialogare popoli lontani. Fermare il tempo per vivere un tempo diverso, quello del teatro riempiendolo con il vuoto dell’amore. Lo spettacolo come si è detto nasce da un abbandono, da una perdita: la morte della madre dell’artista (Delbono sceglie di condividere la sua perdita con il pubblico per immergerci nel suo dolore). Ma lo spettacolo è forse il racconto di più abbandoni, di più perdite: l’illusione rivoluzionaria, la bellezza, la stessa identità umana («i vivi sono già morti» si dirà in scena). E i veri vivi sono quelli che consideriamo pazzi, come Bobò, sordomuto che ha passato 45 anni nel manicomio di Aversa, le sue immagini in Patagonia, il suo sorriso, le sue poche movenze in scena ci riportano alla tenerezza di un’esistenza fragile ma più viva di altre.

Ma è il racconto anche dell’amore affidato alla fragilità di corpi nudi e a diversi testi, in primis a quel “Romeo e Giulietta” che più di altri è capace di fondere lo slancio vitale dell’amore e le tenebre più profonde della morte. Racconto di vita narrato a teatro dove ogni artista cerca di sfuggire al mondo creando un mondo proprio. La differenza è che Delbono riesce a coinvolgere il pubblico e ad aprire se stesso, riesce davvero a fare della sua vita teatro in un continuum tra vita e scena. Lunghi applausi meritatissimi.

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con Dolly Albertin, Gianluca Ballarè, Bobò, Margherita Clemente, Pippo Delbono, Ilaria Distante, Simone Goggiano, Mario Intruglio, Nelson Lariccia, Gianni Parenti, Pepe Robledo, Grazia Spinella

Immagini e film Pippo Delbono

Luci Robert John Resteghini

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