Passeggero Bolaño – La nave dei sei personaggi

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fotodi e con Pippo Di Marca

immagini Salvatore Insana

Il mio progetto letterario e la mia vita sono ormai totalmente confusi. Sono una cosa sola.

(Roberto Bolaño)

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Lo spettacolo si basa su un testo originale dell’attore-regista Pippo di Marca scritto a partire da un’attenta rilettura ed una sapiente messa a fuoco di alcuni dei temi e delle strutture ricorrenti nella multiforme opera dello scrittore e poeta cileno Roberto Bolaño.

Il titolo prende spunto da una metafora dello stesso scrittore, che parla di un viaggio per mare su di una nave “che può essere qualsiasi cosa” perché è la poesia stessa ad essere intrinsecamente viaggio.

Ascoltare la polifonia dei personaggi di Bolaño significa assistere, anche se per poco, ad un’esposizione di tipi umani che hanno in comune solamente il desiderio di comprendere il mondo in un modo che è sempre “altro”, sempre diverso da quello che è il senso comune delle cose.

Come scrive lo stesso Di Marca quello di Bolaño è “un io diviso nei mille fiumi della sua opera: e tuttavia ‘poeticamente’ unico ed unitario”.

Solitario, ma non misantropo”, secondo le sue stesse parole, anzi sempre alla ricerca gli altri per via dell’immensa curiosità provata per loro, per i suoi personaggi (personaggi che possano “almeno quietare se non proprio rassicurare”), per via dell’irresistibile voglia di entrar loro dentro, ma allo stesso tempo con l’inscindibile paura che siano loro ad entrare, invece, in lui. “Basto a me stesso” ci dice Bolaño, e si illude.

La vicenda in sé è quella dell’incontro, su una nave, dell’autore (o di un suo alter-ego, poco importa) con sei persone che si intuiscono essere personaggi usciti dalla sua stessa penna. A segnare una crisi sia dell’identità e del ruolo dell’autore, sia del suo rapporto con i personaggi è la rivolta che questi ultimi, ed in particolare una donna che nel testo parla anche a nome degli altri, sollevano contro di lui che si rivela incapace anche solo di dare un nome a questi personaggi (una delle scene più ironiche è proprio quella in cui la donna sciorina un elenco quasi infinito di nomi femminili, in varie lingue, in risposta alla banale domanda dell’autore: “Come ti chiami?”).

Alla fine viene descritto un tentativo disperato e quasi ridicolo dell’autore di chiedere con decisione demiurgica ad ognuno di questi personaggi “Sei tu Roberto Bolaño?!”, e la conseguenza di questa azione, di questo tentativo di ristabilire un ordine, una certa sicurezza logica, porta al dissolvimento di tutti i personaggi, tranne l’autore stesso che, rimasto solo, non può far altro che chiedersi a sua volta: “Chi sono io?”

Attraverso quest’opera il regista-attore Pippo Di Marca ha ripercorso una sorta di seduta auto-psicanalitica di Bolaño nella quale lo scrittore, nel tentativo di scoprire la propria identità, si trova di fronte ai suoi stessi personaggi fallendo drammaticamente.

Benché possa apparire immediatamente incomprensibile il mondo di Bolaño è multiforme, interessante, euforico, iperbolico, ironico, caotico, ma allo stesso tempo estremamente lucido.

È uno sguardo che ci guida attraverso la sconfitta, il fallimento, la fuga, la memoria, il viaggio e che trova il suo ultimo rifugio, tutt’altro che definitivo, nella poesia.

Passegero Bolaño ci consegna uno scenario paradossalmente post-apocalittico (perché Bolaño è uno di quelli che pensa che le apocalissi ci siano già state e bisogna dunque prenderne atto), è uno spettacolo contro la rimozione e l’auto-assoluzione.

Non c’è modo migliore di sintetizzare quest’ultima affermazione se non facendo ricorso alle parole dello scrittore che si esprimeva così nel suo ultimo romanzo “2666” circa la funzione di inventarsi una realtà poetica alternativa:

[…] Il farmacista gli rispose che gli piacevano libri tipo la metamorfosi, Bartleby, Un cuore semplice, Canto di Natale […] Sceglieva La metamorfosi invece del Processo, sceglieva Bartleby invece di Moby Dick, sceglieva Un cuore semplice invece di Bouvard et Pécuchet […] Che triste paradosso, pensò Amalfitano. Neppure i farmacisti colti osano più cimentarsi con le grandi opere, imperfette torrenziali, in grado di aprire vie nell’ignoto. Scelgono gli esercizi perfetti dei grandi maestri. In altre parole, vogliono vedere i grandi maestri tirare di scherma in allenamento, ma non vogliono saperne dei combattimenti veri e propri, quando i grandi maestri lottano contro quello che ci spaventa tutti, quello che atterrisce e sgomenta e ci sono sangue e ferite mortali e fetore [….]

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