Tu sei mio Fratello – Racconto di pace per attore solo

0
193
Condividi TeatriOnline sui Social Network

fotodi e con Orazio Di Vito

regia di Raffaella Cardelli

———-

Qual è un’ambientazione adatta ad accogliere una storia di viaggio nel tempo e nello spazio? La vediamo sulla scena: ad accogliere l’attore Orazio Di Vito ci sono una valigia, compagna di ogni viaggiatore, ed una canzone: “Gelem Gelem”, l’inno del popolo Rom, popolo senza stato, popolo che non ha mai mosso guerra contro nessuno, popolo camminante per eccellenza. Si apre così “Tu sei mio fratello” primo di una serie di spettacoli che la Compagnia dei Guasconi ha in programma sul multiculturalismo e sulla cultura balcanica in particolare.

Le vicissitudini raccontate nello spettacolo sono apparentemente lontane e diverse, ci sono dei continui salti in avanti e indietro a partire dalla cacciata degli ebrei sefarditi dalla Spagna nel 1492 (anno in cui, neanche a farlo apposta, veniva scoperto il grande “Altro” rappresentato dagli Stati Uniti d’America), fino alla guerra nei Balcani degli anni ’90. La vicenda ha inizio con un giovane medico americano di origine ebraica di nome Baruch, brillante studente di un college statunitense in passato, militare nazionalista e razzista poi…

Un racconto su piani spazio-temporali differenti, ma con delle costanti che si ripetono, come dimostrano alcune battute dell’attore che vengono ripetute alla fine di ogni vicenda, come fossero un mantra, con il ritmo ripetitivo ma non stancante di una ballata. Il monologo è anche una storia che riguarda le tre principali religioni monoteiste (Ebraismo, Cristianesimo ed Islam) che troppo spesso si sono dimostrate pronte a fornire alibi ideologici a coloro che hanno usato la spiritualità come scusa per eliminare fisicamente il dissenso e risolvere con la violenza i conflitti storici e politici, sia interni che esterni. Il protagonista infatti ad un certo punto si dichiara spaventato dalle religioni.

La maggior parte delle storie, comunque, ruota intorno alla città di Sarajevo, uno dei pochi modelli di vero e riuscito multiculturalismo nel ventesimo secolo, schiantatasi tuttavia contro il muro della barbarie e della discriminazione razziale e religiosa che ha creato il terreno adatto per la guerra fratricida che si è scatenata negli anni ’90, mentre l’attenzione del mondo era concentrata ad assistere ad altri eventi, come la caduta del muro di Berlino e dell’Urss. Proprio come accadde cento anni fa, quando l’Europa si andò a coricare la sera con le musiche frenetiche e le risa della “belle époque nelle orecchie per svegliarsi la mattina dopo in trincea. Era la Prima Guerra Mondiale. La storia si ripete, verrebbe da dire. Forse sarebbe meglio dire che sono gli uomini che hanno poca memoria, come suggerisce una delle similitudini che vengono ripetute più volte nel racconto (“è noto che i pesci rossi nel tempo di un giro completo della loro boccia dimenticano tutto”).

Sicuramente lodevole l’intento dello spettacolo, forse leggermente semplicistici i toni della soluzione proposta al problema dell’incontro con “l’Altro”, ma probabilmente è anche giusto così: il teatro, per quanto politico (nel senso più nobile del termine), non è mai il luogo della politica, ma dell’invenzione. L’invenzione di un reale alternativo.

 

LEAVE A REPLY