CIAULAtotheMOON: parole, musica e danza per raccontare l’abbandono

0
281
Condividi TeatriOnline sui Social Network

fotoUna stanza umile appena illuminata da una luce fioca e triste, un ammasso di giocattoli abbandonati, un vecchio televisore che proietta programmi e canzoni degli anni ’50. Si tratta dell’ambientazione di “CIAULAtotheMOON” lo spettacolo andato in scena a Teatri di Vita di Bologna nel weekend dal 17 aprile e che lascia un graffio al cuore, un senso di inquietudine e di amarezza.

Due soli personaggi, una madre e un figlio disabile e, fuori quella stanza, un mondo fatto di speranze disattese, violenze e abbandoni. La scena si apre con una donna vestita da sposa che danza un po’ stralunata sulle canzoni di Claudio Villa mentre, nel suo grembo fatto da una sfera di fiori, cresce un figlio malato che ritroviamo, già adulto, su una carrozzina troppo piccola per la sua età.

Scemo! Sei uno scemo, gli dice continuamente e rabbiosamente la mamma come se in quel figlio ritardato ma pieno di vitalità e dolcezza, derivasse tutta l’infelicità della sua esistenza. Probabilmente un tempo il loro rapporto era pulito e tenero; la mamma gli raccontava amorevolmente la storia della sua vita e lui la ricorda ancora nei minimi dettagli e chiede continuamente di risentirla, almeno in quella parte bella del racconto animata da incontri, innamoramenti e promesse. Ma non è più così e Ciaula viene mortificato e lasciato sempre solo ed isolato dal mondo, al punto che l’unica amica che gli regali la sensazione di un soffio di calore umano è una bambola.

Lo spettacolo del gruppo “nO (Dance first. Think later)”, diretto da Elena Gigliotti che ne è anche protagonista insieme a Giuseppe Amato, si ispira liberamente alla novella di Pirandello “Ciaula scopre la luna” ma a questa si aggiunge la storia reale di una donna del Sud ferita e incattivita dalla vita. Il tutto viene condito dalle atmosfere del teatro pop-contemporaneo composto da recitazione, musica e danza attraverso cui si naviga nei ricordi e nei sentimenti.

Della fonte pirandelliana viene conservata, in primo luogo, l’ambientazione in una Sicilia abitata da gente semplice che parla un dialetto stretto e un po’ teatrale ma, soprattutto, vengono riproposti la purezza, lo stupore e l’allegria del protagonista. Allegria nonostante tutto.

L’intero testo è in siciliano e non sempre è facile comprendere tutte le parole per chi non conosce questo dialetto ma, spesso, le immagini e la simbologia che viene offerta parla da sé o almeno consente allo spettatore di immaginarsi dei personali dettagli e contorni di una storia in cui l’unica cosa chiarissima è la deriva delle aspirazioni. Una deriva che provoca un annientamento tale da uccidere anche gli affetti più cari. E, probabilmente, la scena finale in cui la madre appare morente simboleggia non tanto una morte concreta ma l’annientamento della figura materna all’interno dell’universo filiale dopo che troppe volte si sono, inutilmente, elemosinate carezze e abbracci.

L’atmosfera che si respira è un po’ inquietante e si avverte un senso di disagio per vari motivi. Intanto quello che viene descritto è un mondo cupo e, anche quando parte la musica e gli attori si lanciano in coreografie moderne, si avverte qualcosa di amaro, schizofrenico e compulsivo. Forse è proprio questo il messaggio che vuole trasmettere l’autore. Il gioco di luci e la musica che spazia dal melodico alla tecno completa il quadro di uno spettacolo che dopo 60 minuti lascia tristi e anche un po’ mentalmente stanchi.

LEAVE A REPLY