Le sorelle Macaluso

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fotoTesto e regia di Emma Dante

con Serena Barone, Elena Borgogni, Sandro Maria Campagna, Italia Carroccio, Davide Celona, Marcella Colaianni, Alessandra Fazzino, Daniela Macaluso, Leonarda Saffi, Stephanie Taillandier.

Luci: Cristian Zucaro

Armature: Gaetano Lo Monaco Celano

Produzione: Teatro Stabile di Napoli, Théatre National (Bruxelles), Festival d’Avignon, Folkteatern (Göteborg), in collaborazione con Atto Unico/Compagnia Sud Costa Occidentale e in partenariato con Teatrul National Radu Stanca – Sibiu.

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Sette donne emergono dall’oscurità. Gina, Cetty, Maria, Katia, Lia, Pinuccia, Antonella. Nerovestite, procedono compatte dalla quinta al proscenio, a passi lunghi sotto una croce d’argento. Si allineano alla ribalta, ognuna al posto assegnatole dalla morte, e principiano a narrarsi. Spogliatesi del funereo guscio di tessuto, rievocano l’anelito del mare, esiguo ricordo d’infanzia, rimanendo in colorati costumi da bagno. La parentesi gioiosa durerà poco e presto rindosseranno i tetri sudari, tessendo, da quel confine labile tra terra e oltretomba, un dialogo tra viventi e ombre, senza comprendere pienamente chi siano i primi e chi i secondi.

Le sorelle Macaluso, ultimo lavoro di Emma Dante premiato nel 2014 dall’Associazione Nazionale Critici Teatrali come migliore spettacolo, è complesso, ma al contempo delicato, una meditatio mortis su una partitura corporale e scenica che mescola il linguaggio teatrale di Kantor e quello coreutico di Bausch. Il testo, in dialetto palermitano e pugliese, potrebbe costituire uno scoglio insormontabile per i presenti, ma un orecchio attento arriva a comprenderlo, grazie alla mimica assai marcata degli attori. La danse macabre creata dalla drammaturga siciliana non consta di terrifici scricchiolii d’ossa, bensì d’una commovente dolcezza dei movimenti, espressione di un esasperato grido d’amore per l’umanità. L’epilogo raggiunge le corde più intime dello spettatore: solo nell’altro mondo Maria potrà ballare, nuda, così come si nasce, mentre un fascio di calda luce orizzontale le accarezza le carni. La vita non è solo una danza tra le viscere e la bara, ma anche una lotta esistenziale, combattuta come pupi manovrati da invisibili destini che neppure il padre, fallito Mangiafuoco, ha potuto controllare. In questo matriarcato, infatti, gli unici due maschi sono stati fagocitati, con estreme conseguenze, dal potere femminile.

Bravissimi tutti i componenti della compagnia – Serena Barone, Elena Borgogni, Sandro Maria Campagna, Italia Carroccio, Davide Celona, Marcella Colaianni, Alessandra Fazzino, Daniela Macaluso, Leonarda Saffi, Stephanie Taillandier – che riescono a tenere sempre vivo il gioco della tensione, impiegando il corpo in tutte le sue potenzialità come da volontà della regista.

La scena vuota e nera si riempie delle suggestive luci di Cristian Zucaro, facendo risaltare al massimo l’espressività ora grottesca, ora drammatica, ora buffa, delle creature di Emma Dante. Non è un teatro di voce, il suo, ma un theatrum mundi, dove la fisicità, a volte anche trasbordante, storpia o imperfetta, assume dignità drammaturgica.

Sebbene all’inizio perplesso e mormorante, il pubblico si è sciolto al termine, dopo un attimo di accorata estasi nel buio della sala, in un caloroso e sentito applauso, quasi a voler abbracciare quelle vite non più vite. Segno, questo, che la catarsi è avvenuta.

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