Lunghi applausi per “Qualcuno volò sul nido del cuculo”

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Foto di Francesco Squeglia
Foto di Francesco Squeglia

Succede al teatro Bellini che una prima nazionale viene applaudita a lungo e in maniera convinta da un pubblico che per quasi tre ore ha riso, si è commosso, si è emozionato, ha fatto il tifo per i matti e ha diffidato dei savi. Convince e piace “Qualcuno volò sul nido del cuculo”, ultima produzione del teatro Bellini, allestimento portato in scena con la sapienza registica di Alessandro Gassmann, un adattamento teatrale che lo scrittore giallista Maurizio De Giovanni ha “napoletanizzato” mettendo mano alla riduzione teatrale del romanzo omonimo di Ken Kesey, realizzata nel 1971 da Dale Wasserman.

Nessun paragone quindi con il film di Miloš Forman del 1975 (premiato con cinque Oscar) con protagonista Jack Nicholson. Non siamo più negli Stati Uniti, siamo ad Aversa, nel 1982, nell’Ospedale psichiatrico dove esistenze fragili si scontrano con un sistema di rigide regole ai limiti della tortura. Questo sistema barcolla quando all’interno dell’ospedale arriva Dario Danise (un convincente Daniele Russo), un ribelle più che pazzo, un bulletto dal cuore tenero che si scontra da subito con il regolamento imposto dall’algida Suor Rosa.

L’arrivo di Dario sconvolge gli equilibri, spinge i teneri “pazzarielli” a prendere coscienza del loro essere persone, dei loro desideri, dei sogni nascosti per troppa paura del mondo di fuori. Danise li aiuterà a capire che i veri pazzi sono fuori dal manicomio aggrappati a rigide convinzioni. La bellissima scenografia ci porta tra le tetre mura dell’ospedale psichiatrico, luogo di scontri, di prevaricazione, di rigore che cozza con le passioni più genuine (il calcio, l’amore carnale), luogo di desideri taciuti da menti ferite. Amara ironia e tenera commozione fanno da altalena ad uno spettacolo difficile dal punto di vista tecnico, un allestimento che strizza l’occhio al cinema per l’uso delle proiezioni e degli effetti video, ma che ha il merito di capire che la macchina tecnologica deve essere messa al servizio della suggestione e non sostituirsi alla drammaturgia. Gassmann ci riesce usando le proiezioni per immergerci negli incubi degli internati, per creare suggestioni visive e confezionando dunque uno spettacolo intenso e coinvolgente, dagli effetti visivi importanti che contribuiscono a far nascere l’emozione. Un plauso alla prova di Daniele Russo, tanto esuberante e trascinatore quanto fredda e meschina è Elisabetta Valgoi nei panni di Suor Rosa. Di poche battute e di intensi silenzi è Gilberto Gliozzi nei panni del gigante buono Ramon. Bellissime e tetre scene di Gianluca Amodio, luci di Marco Palmieri; costumi di Chiara Aversano, le musiche originali di Pivio & Aldo De Scalzi, le videografie di Marco Schiavoni. In scena: Mauro Marino, Daniele Marino, Marco Cavicchioli, Alfredo Angelici, Giacomo Rosselli, Giulio F. Janni, Gabriele Granito, Antimo Casertano e Giulia Merelli.

Tanti gli applausi a scena aperta a testimonianza del coinvolgimento del pubblico e lungo l’applauso finale a chiusura di sipario. Meritati dal primo all’ultimo.

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