“Sogno e son desto” con Massimo Ranieri

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fotoMassimo Ranieri è un animale da palcoscenico a tutto tondo, anzi una variopinta e aerea libellula che si libra nell’atmosfera rarefatta dei fasci di luce che attraversano la scena, come nel suo elemento vitale.

Cantare, recitare, ballare sono le espressioni artistiche in cui si condensa il suo enorme talento e la sua spasmodica professionalità, esprimendo un’agilità e una leggerezza da elfo, immune dai guasti del tempo.

Dopo qualche defaillance dei microfoni, che il cantante interpreta scaramanticamente come buon auspicio, inizia il racconto in musica, dedicato agli umili e a chi affronta la vita con coraggio.

Il coraggio è il fil rouge, perché il coraggio è necessario a un uomo, e cita il titolo di un suo spettacolo mutuato da un proverbio napoletano “Chi nun tene coraggio nun se cocca ch’e femmene belle”.

La voce trasmette tutta la carica emotiva che ha conquistato intere generazioni. Il pubblico partecipa cantando i ritornelli delle canzoni del suo repertorio, ma lo spettacolo è un omaggio alla canzone napoletana, italiana, internazionale, sulla falsariga dell’omonimo programma di Rai 1 andato in onda nel 2014, che ha ottenuto un oscar televisivo.

Solo canzoni? No! In un continuo fluire si susseguono la lettura degli aforismi di Prezzolini sulle categorie dei furbi e dei fessi in cui si divide la società italiana e le canzoni d’autore, la citazione di Oriana Fallaci sulla morte di un amore e barzellette a più tempi, canzoni sceneggiate indossando giacche sgargianti con pagliette intonate e poesie di Alda Merini.

Immancabili Erba di casa mia, Se bruciasse la città, Vent’anni, Perdere l’amore, integrate con la lettura di un brano del Misantropo di Molière e il sonetto 75 di Shakespeare per la donna amata. Toccante l’omaggio a Pino Daniele con Je so’ pazzo. A occhi chiusi Lontano lontano sembra cantata da Luigi Tenco, con la stessa accorata malinconia. E ancora La voce del silenzio e l’omaggio a Battisti con Io vivrò (Senza te). La sofferta solitudine di Quel che si dice di Charles Aznavour è resa plasticamente dallo stretto abbraccio in cui si rinserra per tutta la durata del brano.

Attinge a piene mani al repertorio napoletano facendo rivivere i personaggi e le voci di Raffaele Viviani, le macchiette di Nino Taranto e le canzoni umoristiche di Roberto Murolo come l’esilarante E allora …? oppure O russo e a rossa.

Teatro e musica, da De Gregori a De Andrè a Violeta Parra, tutto strettamente intrecciato ad aneddoti personali dell’infanzia povera, con la testa piena di sogni, ispirandosi al teatro canzone di Giorgio Gaber.

Da solo in scena col contorno dell’ensemble di otto musicisti, instancabilmente tesse la regia del suo spettacolo, scritto insieme a Gualtiero Peirce. Un concerto e un momento di teatro in cui ogni performance è un pezzo unico avvolto nelle luci colorate e algide del light designer Maurizio Fabretti dentro le quali traccia arabeschi con le braccia, cammina leggero, tiene il corpo sospeso e in bilico.

Il piccolo Gianni (Calone) vedeva nel nonno pescatore un uomo forte e coraggioso che sfidava il mare e il nonno gli rispondeva che sul mare sognava guardando le stelle ma stava anche attento perché il mare è potente. È diventato Massimo e non l’ha dimenticato: sogno e son desto.

Molti applausi. Finalmente il sipario si riapre e gran finale con Rose rosse cantata insieme al pubblico in piedi.

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