Il sogno di un uomo ridicolo

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Foto di Filippo Manzini
Foto di Filippo Manzini

Il sogno di un uomo ridicolo è un incontro letterario tra scienza, religione e fantasia, forse il più riuscito di Dostoevskij, che si conferma maestro nel proporre una lettura del comportamento dell’uomo che non è oggettiva, anzi profondamente sentita, ma allo stesso tempo anche priva di filtri che ne limitino l’indagine. Gabriele Lavia è un uomo senza nome, che vive in una società di cui sente di non far parte e che lo addita come ridicolo. Lo studio, l’erudizione, la coscienza lo rendono un uomo ridicolo. Egli sa di essere ridicolo, ma non lo vuole riconoscere, perché è un ridicolo orgoglioso. E anche questo, a essere onesti, è un atteggiamento piuttosto ridicolo. Ma l’uomo ridicolo non si cura degli altri, pretende di essere indifferente di fronte a loro, nonostante questa nomea di ridicolo lo tormenti fino a farlo diventare pazzo. È un’indifferenza apparentemente egoistica la sua, che lo rende cieco verso ciò che gli altri sentono ma non verso ciò che gli altri fanno provare a lui, tanto che arriva a pensare all’estremo gesto del suicidio. Anche in questo non rinnega la sua natura di uomo ridicolo e, proprio nella sera che gli era sembrata essere quella giusta, cade addormentato davanti alla rivoltella carica. E sogna. I sogni, si sa, sono un fatto straordinariamente strano: una cosa la vediamo nella nostra mente con una chiarezza spaventosa, con una rifinitura dei dettagli minuziosa, da orefice, mentre altre le sorvoliamo senza notarle affatto, per esempio lo spazio e il tempo. Nel sonno l’uomo ridicolo approda in quello che potrebbe essere un mondo parallelo, ma appare più come una rappresentazione di una moderna età dell’oro, dove gli abitanti, i figli del sole, sono innocenti, privi della violenza e dalla cupidigia con cui gli uomini hanno inquinato il mondo reale, quello in cui chi conosce la verità è definito ridicolo. In questa genuina realtà, dove si conosce la natura ma la scienza ancora non ha eclissato le emozioni, egli crede di aver trovato la chiave della felicità. “I sogni sono mossi non dalla ragione, ma dal desiderio, non dalla testa, ma dal cuore. Allora feci questo sogno. Loro adesso mi prendono in giro dicendo che si è trattato soltanto di un sogno. Ma non è forse lo stesso che si sia trattato di un sogno oppure no, se questo sogno mi ha rivelato la verità? La verità, in un mondo in cui è l’amore a dettare le leggi, è che tutti possono essere felici, persino un uomo ridicolo. Il suo arrivo, però, non può che rompere gli equilibri di una comunità in pace con se stessa e con ciò che la circonda, che non ha bisogna della tecnica e della fede, perché è nell’armonia che conosce la felicità. È ancora perfetto un mondo che si fa avvelenare da un uomo ridicolo? È ancora verità universale, quella che nell’impercettibilità del sogno si sgretola al primo manifestarsi di un’eccezione così lontana? Allora, appena dopo la delusione, e proprio a seguito di questa, l’uomo ridicolo vede l’alba del suo nuovo giorno, della sua nuova coscienza, del suo entusiasmo di vivere e camminare. E lo trova nell’antica legge dell’Ama il prossimo tuo come te stesso, in una dimensione spirituale che non aveva mai fatta sua ma che gli si era parata davanti più di una volta, offrendogli la mano e talvolta scuotendogli il braccio. La stessa bambina che quella sera cupa lo aveva salvato, dimostrandogli la sua incapacità di restare davvero indifferente al mondo.

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