La traviata

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Foto di Michele Crosera
Foto di Michele Crosera

Melodramma in tre atti di Giuseppe Verdi su libretto di Francesco Maria Piave, dal dramma La Dame aux camélias di Alexandre Dumas figlio.

Personaggi e interpreti:

Violetta: Ekaterina Bakanova
Alfredo: Piero Pretti
Germont: Marco Caria
Flora: Elisabetta Martorana
Annina: Sabrina Vianello
Gastone: Iorio Zennaro
Barone Douphol: Armando Gabba
Marchese d’Obigny: Matteo Ferrara
Dottor Grenvil: Mattia Denti

Giuseppe: Dionigi D’Ostuni

Un domestico di Flora: Julio Cesar Bertollo

Un commissionario: Salvatore Giacalone

Maestro concertatore e direttore: Gaetano d’Espinosa
Regia: Robert Carsen
Scene e costumi: Patrick Kinmonth

Light designer: Robert Carsen e Peter Van Praet

Orchestra e Coro del Teatro La Fenice

Maestro del Coro: Claudio Marino Moretti

Allestimento Fondazione Teatro La Fenice

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L’ormai consueta Traviata della Fondazione Teatro La Fenice di Venezia non smette di piacere. Quali sono i punti di forza dell’allestimento di Robert Carsen? Quali le soluzioni registiche che rendono godibile un titolo oggi inflazionato? Il sipario si alza e svela una camera d’albergo. Durante il preludio iniziale, la protagonista, distesa sul letto in posa da sfinge, osserva la platea con occhi di ghiaccio. Questa orizzontalità, propria della cortigiana, pervade le monumentali scene di Patrick Kinmonth, calibrate su diverse tonalità di verde e nero, ed è evidenziata anche dalle masse corali, disposte sempre a ridosso del proscenio. Violetta e Germont padre si incontrano in un bosco ove le banconote volteggiano nell’aria come foglie morte, copiose durante Amami, Alfredo. Sussistono, poi, due piccoli gesti utili a descrivere in maniera perspicace l’umanità ipocrita di cui si circonda la mondana: il dottor Grenvil che riscuote l’onorario dell’ultima visita e Annina che, a mo’ di faina, scappa con la pelliccia della padrona, spirata in una stanza disadorna davanti a un televisore rotto, simbolo di una realtà effimera e deformante.

Fantastica Ekaterina Bakanova! Il soprano russo non si limita a cantare Violetta, ma la vive, forte d’una sapienza drammatica di raffinata e superba levatura. La sua prestazione è tutta in crescendo. Seppur giunga sensibilmente affaticata al Sempre libera, è nel secondo e terzo atto che Bakanova regala una preziosa lezione di canto, poiché la voce si scalda colorandosi di mille sfumature: esplode in un lancinante Amami Alfredo, commuove in Alfredo, Alfredo e cesella un Addio del passato doloroso ed emozionante. Piero Pretti delinea un Alfredo verosimilmente innamorato, sebbene l’acuto non sempre sia risolto in maniera impeccabile. Germont maturo e nella parte, quello di Marco Caria, anche se il registro baritonale tende a sconfinare in quello tenorile, inficiando così alcuni colori propri del personaggio. Bene Elisabetta Martorana (Flora), Armando Gabba (Barone Douphol), Matteo Ferrara (Marchese d’Obigny), Mattia Denti (Dottor Grenvil), Dionigi D’Ostuni (Giuseppe), Julio Cesar Bertollo (un domestico di Flora) e Salvatore Giacalone (un commissionario). Esile e sfiatata l’Annina di Sabrina Vianello, mentre problemi d’intonazione rendono dimenticabile il Gastone di Iorio Zennaro.

Pregevole la prestazione del Coro, preparato dal maestro Claudio Marino Moretti.

La direzione di Gaetano d’Espinosa è tutto tranne che innovativa. Qualche incertezza degli archi nel preludio al primo e terzo atto fa perdere la cristallina politezza richiesta da Verdi in questi frangenti. Scostante nei tempi, eccede in pesantezza e incisività, facendo del ritmo il sostituto della cantabilità.

Bakanova esce a raccogliere i meritatissimi onori al termine del terzo atto e se li riprende di nuovo alla fine della passerella. Applausi calorosi anche per Pretti e Caria, con tanto di standing ovation della platea per tutto il cast.

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