L’Uomo Tigre

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fotodi Francesco Giuffrè, Alfredo Angelici
regia Francesco Giuffrè
con A. Angelici, C. Corsi, C. Grassi, A. Filosa
aiuto regia Marco Bellomo
luci Beppe Filipponio
costumi S. Solimando
sigla B. Eramo
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“Tigre, Tiger man, misteriosa la sua identità, chi nasconde quella maschera tigre, tiger man, è l’uomo tigre che lotta contro il male, combatte solo la malvagità, non ha paura, si batte con furore, ed ogni incontro, vincere lui sa, ma l’uomo tigre ha in fondo un grande cuore, combatte solo per la libertà, difende i buoni, sa cos’è l’amore, il nostro eroe mai si perderà…
Ha tanti amici, grande la bontà ma come nemico non ha pietà.”
Ad accoglierci nel piccolo ma delizioso foyer di uno dei più importanti teatri off della Capitale, nel cortile di un palazzo della Trastevere  che più amo, all’angolo di piazza San Cosimato, ecco il chiacchiericcio di spettatori e pensate un po’ di bambini e ragazzi e ragazze dall’età di  quindici anni. Sono sorpresa e colpita da questo pubblico giovane e variegato, non mi capita quasi mai di vedere bambini e ragazzi adolescenti a teatro, di sera (!), se non nel caso di scolaresche annoiate e costrette. Ma qui è tutta un’altra musica, sono divertiti ed eccitati, sono impazienti e attenti. Non posso fare a meno di pensare: “non tutto è  degenerato come ci vogliono far credere sia”.
Lo spettacolo è ambientato in una gattabuia, probabilmente, uno scantinato, una specie di circo in scatola dove gli spettatori giungono per vedere quello che un tempo fu, il grande eroe del wrestling: “il famoso Diavolo Giallo”.
La scenografia e le luci mi colpiscono per la straordinaria verità che incutono nell’atmosfera e nel mio stato d’animo, mi sembra di vivere là sotto accanto ai personaggi, in uno spazio senza sole, né tempo, né giorno, né notte.
 Tiger Man (Alfredo Angelici) non è più quello di una volta, ora è balbuziente, ha le ginocchia ruotate all’interno, non riesce a strapparsi la canottiera coi denti e nemmeno piegare la sbarra di ferro.
Nessun eroe più, nessuna forza muscolare, solo patetismo e rassegnazione, tanta paura e timore ma nonostante tutto ci s’innamora subito del personaggio perchè è così umano e debole, è così  sofferente  ma allo stesso tempo ironico e sensibile ed ancora così pieno di passione e di ricordi. Vuole uscire da questa prigione che egli stesso si è costruito insieme alla fidanzata Rouriko  (Caterina Corsi) che gestisce l’economia e la gestione delle entrate al circo, che beve vodka e non parla più della vita. Amareggiata, triste e contrita anche Rouriko vive la sua prigione interiore, credendo di accudire il suo innamorato ora ammalato, si è ridotta in schiavitù, a tutti i costi lo vuole proteggere da un fuori che noi spettatori non capiamo, fino all’ultimo momento, cosa sia divenuto. “Nessuno ora a più bisogno di te, uomo tigre!” Rouriko non ama più, si è costruita una gabbia di abitudini in cui vuole che anche uomo Tigre e l’amico Daigo (Camillo Grassi) vengano trascinati dentro.
Il tempo è angosciante, è la stessa esistenza inutile ed angosciante del mito di Sisifo di Albert Camus. Sisifo che rotola questo macigno in cima alla montagna e poi eternamente ricade a valle così come Uomo Tigre, Daigo e Rouriko trascorrono in un non tempo la ripetizione delle loro vite da fantocci.  Eppure anche solo la lotta verso l’uscita basta a Uomo Tigre a ricominciare e riempirgli il cuore.
Quale mondo non ha più bisogno di essere salvato? Quale mondo non ha più bisogno di eroi buoni che combattono la malvagità?
Non riesco ad immaginare un universo simile ma tutte le volte che l’umanità ha cercato di cancellare la sua parte mostruosa, lo scenario che si è venuto a creare è da brividi solo a pensarci.
Il male e il bene, questi due grandi assoluti che evitiamo di nominare, cosa sono, da chi sono rappresentati? Esistono ancora?
Ogni giorno cerchiamo di cancellare e obliare tutto il male che c’è in noi, perché è giusto così, perché le conseguenze potrebbero essere devastanti ma è innegabile che l’uomo sia composto anche di male, di sbagli, di errori e di aggressività.
E qui vorrei aprire una breve parentesi sul tema dell’aggressività che non ha niente a che fare con la violenza, che non vuol dire che sia un espressione imprescindibilmente negativa. L’aggressività è positiva sopratutto perché ci permette di definirci e di non farci prevaricare dalle circostanze, dall’altro e dalle situazioni. Non possiamo fluttuare passivamente come dei pupazzi sempre alla mercè di quello che convenzionalmente viene definito come retto e giusto.
Per tutto questo non sono riuscita a fare a meno d’innamorarmi dell’uomo tigre (la folgorazione l’ho avuta alla scena finale quando finalmente l’Uomo Tigre prende il coraggio di uccidere il suo alter ego, il suo mostro interiore (Alessandro Filosa). Il personaggio così coerentemente costruito da Angelici è sensibile, spiritoso, follemente innamorato della vita e dei bambini e saranno proprio i bambini a ricordargli che lui è importante anche al di fuori dal Ring e che lui esiste anche se il mondo là fuori ha la parvenza di un mondo senza mali.

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