Pirandello…due atti unici

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fotodi Luigi Pirandello

regia a cura di Orazio Di Vito

con: Orazio Di Vito, Pierluigi Amadio, Tony Pesce, Luigi Ciavarelli, Raffaella Cardelli, Maurizio Sborgia

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Questi due “atti unici” di Pirandello (“L’uomo dal fiore in bocca” e “La patente”) rappresentano uno degli spettacoli più rodati della Compagnia dei Guasconi e questo lo si percepisce bene. Si percepisce bene anche l’affetto che gli attori portano verso il testo (ma soprattutto verso l’extra-testo) del grande drammaturgo siciliano.

L’uomo dal fiore in bocca è un episodio tragico che parla della morte, del tempo, ma anche dell’essenza del teatro stesso. Il protagonista (Orazio Di Vito) è un uomo destinato a morire di lì a poco, che con l’immaginazione si attacca alla vita altrui senza tuttavia provare per questo piacere o farsi illusioni, anzi “per sentirne il fastidio, per giudicarla sciocca e vana, la vita, cosicché veramente non debba importare a nessuno di finirla”, come dice l’uomo ad un certo punto, in una battuta non priva di echi leopardiani. Il poco tempo rimastogli a disposizione non induce in lui un tentativo di ribellione, una fiera e strenua opposizione, bensì un’accettazione del suo destino intrisa di quel fatalismo che è (o almeno era) proprio della cultura del sud Italia, in particolare negli ambiti riguardanti la morte. Ma è così diversa la condizione di questo protagonista da quella di noi spettatori che affolliamo un teatro proprio per attaccarci, per un’oretta o poco più, alla vita di personaggi a noi totalmente estranei e per lo più immaginari?

Non riempiamo forse platee e gallerie, spalti e poltrone perché, come dice l’uomo dal fiore in bocca, “la vita, nell’atto stesso che la viviamo, è così sempre ingorda di se stessa, che non si lascia assaporare” e abbiamo quindi bisogno di vederla lì, rappresentata, messa in scena, in un tempo che è fuori dal nostro tempo quotidiano e che forse è l’unico che ci consente un punto di vista privilegiato per capirla ed assaporarla veramente, la vita? Non è forse qui l’essenza di quella strana attività tutta umana, il teatro appunto, in cui delle persone volontariamente si rinchiudono in uno spazio a guardare altre persone fingere di essere qualcun altro?

La Patente, il secondo di questi “atti unici” è davvero un testo pirandelliano, probabilmente non c’è un aggettivo migliore adatto a descriverlo. La storia è quella di Rosario Chiàrchiaro (Maurizio Sborgia), un povero disgraziato perseguitato dal marchio infamante della sfortuna di cui tutto il paese lo crede portatore. Chiàrchiaro si ribella al suo destino, ma lo fa in una maniera del tutto particolare: non tenta inutilmente di togliersi di dosso le dicerie e le superstizioni della gente, ma vuole anzi che un giudice (Luigi Ciavarelli) stabilisca “il riconoscimento ufficiale” della sua potenza di menagramo e che gli conferisca di conseguenza la patente con tanto di bollo. Bollo legale. Iettatore patentato dal regio tribunale” perché non ha altra speranza per sostenersi che quella di mettersi “a fare la professione di iettatore”. La vicenda si conclude con un colpo di scena ironico in cui a fare le spese delle capacità di Chiàrchiaro sarà l’animaletto da compagnia del giudice: tuttavia proprio nel momento in cui Chiàrchiaro ha inaugurato la sua nuova e redditizia attività, lo vediamo abbandonare la scena esclamando “sono ricco! Sono ricco!” con una risata mista ad un pianto amaro. L’essenza dell’umorismo di Pirandello è tutta qui: non è la semplice percezione di un’anomalia, di un eccesso nei comportamenti umani, ma la capacità di scomporre, di vedere l’asimmetria dove è stata costruita una falsa e artificiosa simmetria, mostrando così la sostanza di dolore e sconfitta che nutre la recita di Chiàrchiaro.

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