“Una specie di Alaska” di Harold Pinter

0
371
Condividi TeatriOnline sui Social Network

fotoProgetto a cura di Valerio Binasco

con Sara Bertelà*, Orietta Notari, Nicola Pannelli

scene Nicolas Bovay

costumi Catia Castellani

produzione Nidodiragno

*Premio Le Maschere del Teatro 2013/Premio ANCT 2014

———–

Entro in questo piccolo tesoro dei caruggi che è l’Altrove – con il dovuto sentimento e un pizzico di inventiva si può raggiungere da diversi punti, rigorosamente a piedi, lo slargo in cui si trova, che solo i Genovesi potevano avere il coraggio di chiamare Piazzetta Cambiaso – e trovo un grande letto su cui è sdraiata una donna con a fianco un uomo, nella penombra.

Quando tutti gli spettatori sono ormai seduti è il buio, per qualche secondo; e poi ancora luce. Gli attimi di buio raccontano i ventinove anni di “sonno”, che poi sonno non era, della donna, dal momento in cui “si è spenta” all’età di quindici anni a quando si risveglia, ossia quando lo spettacolo ha inizio.

Il testo di Pinter è ispirato al libro di Oliver Sacks, neurologo, scrittore e chimico britannico, Risvegli, in cui sono raccolte le esperienze dei pazienti affetti, come la protagonista Deborah, da encephalitis lethargica, che tra il 1915 e il 1920 si diffuse sotto forma di pandemia a causa di un virus non ancora identificato.

La messa in scena di Binasco inizia, appunto, dal risveglio di Deborah, quindicenne indolenzita nei ricordi, nel modo di ridere e parlare, nella spensieratezza, nel corpo di una donna di quarantacinque anni. L’uomo accanto a lei è il medico che l’ha curata e che le ha somministrato l’iniezione che l’ha svegliata, nonché suo cognato. Serafico nel mettere gradualmente la donna a conoscenza della sua inenarrabile vicenda, da scienziato la interroga su ciò che ha vissuto durante la malattia ed è in grado di ricordare, sugli stati di coscienza e incoscienza, sul ritorno da quella specie di Alaska; da parente appena rivelatosi, può raccontarle più di quanto un semplice medico non coinvolto potrebbe sapere della sua vita, degli altri membri della famiglia. Infine la sorella, dopo avere atteso invisibile alla coppia di attori ma appena visibile a noi, si fa per Deborah lo specchio che lei stessa non vuole per il momento affrontare, lasciandosi riconoscere e conoscere ancora, dopo tanti anni, per gradi.

Il giudizio durante questa densissima ora di spettacolo viene sospeso: chi si sentirebbe infatti di giudicare lecitamente un evento di tale portata e i comportamenti e le reazioni dei coinvolti? Qualunque sia stato l’intento del regista, ci troviamo immersi fino al collo nel racconto di questa vicenda parte di una parte di Storia così poco nota, che non siamo in grado di spiegare neanche scientificamente, da cui ci sentiamo anche un po’ schiacciati, ma che seguiamo con rispettoso, teso silenzio.

Veramente degna di nota è l’interpretazione di Sara Bertelà: la tensione che si accumula progressivamente viene talvolta spezzata da risate di simpatia e commozione per quello che la donna sta vivendo e per come lo sta affrontando.

Come andrà da questo momento in poi non ci è dato sapere, ma la fine non è brusca o sconclusionata, siamo semplicemente invitati a proseguire noi nel racconto, se ne sentiremo l’esigenza.

Uscita, respiro l’aria fresca e primaverile e torno a perdermi volentieri nei vicoli della sera.

LEAVE A REPLY