La riunificazione delle due Coree

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fotodi Joël Pommerat

regia Alfonso Postiglione

con Sara Alzetta, Giandomenico Cupaiuolo, Biagio Forestieri, Laura Graziosi, Gaia Insenga, Armando Iovino, Aglaia Mora, Paolo Musio, Giulia Weber

scene Roberto Crea  

scrittura fisica Simona Lisi

costumi Marianna Carbone

musiche Paolo Coletta

Produzione Ente Teatro Cronaca Vesuvioteatro

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La più notevole caratteristica di una parte della drammaturgia contemporanea europea, come quella del francese Joël Pommerat, è l’imprescindibilità del testo dalla relativa messa in scena; lo spettacolo teatrale è un corpo integrale ed ben articolato, frutto di un simultaneo lavoro di invenzione e concreta realizzazione attraverso un lungo processo attoriale e registico in continua osmosi.

È il caso de La riunificazione delle due Coree che lo stesso Pommerat presentò in lingua originale nell’edizione 2013 del Napoli Teatro Festival. In tale lavoro le barriere fra testo, autore e regia di retaggio novecentesco s’infrangono riproponendo seppur in una disgregazione di unità della fabula, una nuova armonia. Due anni dopo, Alfonso Postiglione ce lo ripresenta nella versione italiana coadiuvato da 9 interpreti per 51 personaggi. Una sorta di libro umano, diviso in 18 capitoli in cui brulica come in una giostra sempre in corsa, un caleidoscopio di storie e personaggi accumunati da un unico ed assoluto denominatore: l’amore. L’amore in tutte le sue forme, rovesciato, offeso, agognato, sognato, franto, felice o infelice è il filo rosso dal quale pare impossibile recidersi; all’inizio, infatti, dal proscenio gli interpreti con le mani sui fianchi dell’uno e dell’altro, vestiti analogamente con un impermeabile (abito neutro sotto il quale ognuno ancora “nasconde” i propri personaggi dei singoli episodi), camminano con le spalle al pubblico verso il fondale spoglio, sulle note di “Tu sei così amabile” di Nat King Cole, siamo negli anni ’50. Qualcuno apre degli ombrellini, lo scroscio di pioggia ci accompagna simbolicamente nella rappresentazione. Mentre gli altri lentamente svaniscono tra le quinte, due donne si staccano dalla catena umana dando avvio al primo quadro, “Il divorzio”, nel quale un’infelice moglie confida al proprio avvocato di non aver mai amato il consorte e di desiderare, dopo vent’anni, di separarsene. “Non si può desiderare ciò che non si conosce” è l’amara confessione di una donna che non ha mai conosciuto l’amore nella propria unione. Questa battuta non è casualmente posta all’inizio dal momento che chiave di lettura necessaria che matureremo soltanto alla fine, risiede proprio nel rapporto fugace e straordinariamente inafferrabile fra l’individuo e l’amore, qui reso attraverso un inesauribile spettro di sfumature e di relativi surrogati che si dipana lungo le microstorie rappresentate. In effetti, a ben guardare, non siamo lì seduti per campionare i diversi tipi di amore, disfunzionali e non; l’impressione è che osserviamo invece quanto il suo vero senso sfugga e rifugga senza che nessun personaggio riesca completamente a (ri)conoscere, lasciando ciascuno avviluppato nei propri fantasmi, privato di una completezza esistenziale che un’integrale e profonda intuizione dell’amore potrebbe darci.

E dunque, dopo aver visto l’allestimento italiano di Postiglione, potremmo nella nostra memoria astrarre dal ricco caleidoscopio delle singole storie, quella delle due donne (“La parte di meLaura Graziosi e Giulia Weber) nell’impossibile confronto sulla fine del loro amore in cui si pretende di strappare a sé la frazione del cuore dell’altra in cui si risiede e perciò proferendo la dolorosa necessità del ricordo come parte integrante del proprio io; analogamente succede per amori agognati da tempo mai confessati che ritornano in superfice, oppure per desideri nascosti e distorti che celano la più profonda verità di noi stessi come la segretaria (Laura Graziosi) che in “Filtro” sicura dalla violazione del suo corpo da parte del capo (Paolo Musio) sente di ringraziarlo. Il più chirurgico realismo verbale dei dialoghi rilascia nella scatola del nudo assito un contenuto prezioso ed ambiguo che è quello afferente alla nostra parte inconscia; da qui la necessità di veicolare le dinamiche relazionali narrate attraverso una brillante vena di surrealismo, di paradosso o sfocianti nell’incomunicabilità di coppia. Pensiamo all’esilarante sacerdote (in “Denaro” con Sara Alzettta e Biagio Forestieri) che dopo sette anni di relazione con una prostituta, ne interrompe il rapporto perché ha incontrato una donna con cui tessere una “reale” storia. Uno dei capitoli più belli ed emblematici si rivela invece “Il matrimonio” (con Gaia Insenga, Laura Graziosi, Paolo Musio, Giulia Weber, Aglaia Mora, Sara Alzetta, Giandomenico Cupaiuolo) in cui la sposa nel bel mezzo del pimpante corteo nuziale scopre che il futuro marito ha flirtato con tutte le sue sorelle, riconoscendosi in una realtà pluriforme e diversa dalla verità che credeva di avere in mano e come un buffo personaggio di una soap.

Talvolta, la razionalità ed il realismo dei dialoghi tessono storie a limite con la malattia mentale, la liceità (e ricordiamo l’emozionante monologo di Giandomenico Cupaiulo nei panni di un maestro che dichiara amore per un suo piccolo allievo del quale la natura resta ambigua ma è il solo episodio ad esser chiamato “Amore”). Infine, cos’è la Riunificazione delle due Coree se non il ricordo di una reciproca felicità naufragata nel buio di una mente incapace di ricordare, e che finisce per rinascere ogni giorno nell’orario di visite di una clinica psichiatrica (“Memoria” con Sara Alzetta e Paolo Musio)? O è nella scelta di un figlio di arruolarsi proprio per il conflitto di Corea, scelta che smaschera la fragilità di un rapporto fra marito, moglie e la propria genitorialità (“GuerraGiulia Weber, Biagio Forestieri, Giandomenico Cupaiuolo)? Ed ancora non è forse l’unione di due pazienti affetti da disabilità mentali la cui felicità si scontra con il cinismo malato di un normodotato (nell’episodio “Incinta” con Gaia Insenga e Biagio Forestieri)? Ecco, di nuovo quella perenne fuggevolezza, quel continuo ritrovarsi in un inganno e in una cecità che non ci permette di afferrare l’amore che, infine, si dilegua all’orizzonte mentre tutti i personaggi lo indicano, dopo averlo deprezzato e disprezzato. Questo è il metaforico finale di Pommerat e di cui Postiglione riesce a renderne ampiamente l’essenza. Tutto ciò nella nera e nuda cavità di un palcoscenico sul quale un solo quadro che gira al variare dei capitoli ne colora l’essenzialità. Quanto al resto tutto è affidato al corpo, alla voce e ai costumi dei singoli interpreti (gli abiti divengono fondamentali connotati) impegnati in più ruoli e nel conferire ritmo e armonia a tutta quanta la pièce, frutto di un processo laboratoriale concretizzatosi in un abilissimo ingranaggio. Quasi due ore di spettacolo nel quale i plurimi elementi son ben calibrati, incasellati nelle piccole grandi storie sospese in un’atmosfera ora trasognante, ora da commedia moderna, e accompagnate da coreografici intermezzi che non separano ex-abrupto gli episodi ma che garantiscono allo spettatore un discorso continuo e dinamico. Il risultato è tra i migliori, se non il migliore sinora di produzione italiana, dell’ottava edizione del Napoli Teatro Festival.

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