Ninetta e le altre. Le marocchinate del ’44

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Foto di Gioia Onorati
Foto di Gioia Onorati

La guerra la fanno gli uomini, le donne la sopportano”, dice Maria a Celeste e a Ninetta, che non conoscono il mondo perché “si devono ancora fare grosse”. Lo spettacolo, in scena al Roma Fringe Festival, racconta la storia di tre donne del basso Lazio, nei primi anni ’40, rimaste sole a lavorare la terra e curare la casa, dopo la chiamata alle armi degli uomini. Maria, Celeste e Ninetta parlano tra loro di amore, di vita, di futuro mentre, come in una danza che si ripete, zappano, lavano i panni, pregano.

La guerra la vivono indirettamente, scandita dai canti popolari e dalle processioni, protette nelle loro case, distratte dal lavoro, progettando la loro vita.

Quando la guerra, in tutta la sua brutalità irrompe nelle loro vite, con l’occupazione dei tedeschi nella loro casa, le tre donne conosceranno la fame, si rapporteranno con i soldati stranieri, così lontani da loro da considerarli di un’altra razza.

Quando, nel maggio del ’44, finalmente giunge la notizia della fine del conflitto, Ninetta, Celeste e Maria corrono incontro ai soldati per omaggiarli con corone di fiori. La loro, però, è una corsa verso la violenza. Violentate e brutalizzate dalle truppe coloniali francesi, saranno marchiate a vita con l’appellativo di marocchinate “…un po’ per pietà, un po’ per vergogna, un po’ per schifo” afferma Maria.

L’acqua non riuscirà a lavare lo sporco, le ferite non rimargineranno, i ricordi resteranno indelebili e vivi, ma la nascita di un bambino, frutto di quelle violenze, farà rinascere, forse, la speranza.

La scenografia è composta solo da qualche lenzuolo e da tre conche, simbolo di femminilità, ricolme d’acqua. Gli oggetti di scena diventano anche strumenti musicali che accompagnano gli eventi e i canti popolari, abilmente interpretati dalle tre attrici.

La drammaturgia, completamente in dialetto ciociaro, racconta soprattutto la storia delle tre protagoniste. Ninetta festeggia il suo matrimonio con Francesco, che parte per la guerra, Celeste si innamora di un soldato tedesco che verrà ammazzato davanti ai suoi occhi, Maria è vedova e vive nel ricordo del marito. Le storie delle donne, però, non sono funzionali al racconto, non aggiungono niente al personaggio e allontanano lo spettatore da quello che dovrebbe essere l’evento principale: l’arrivo delle truppe francesi.

La pièce si propone di raccontare il più grande stupro di Italia, e con la Bosnia, d’Europa, passato alla storia come le Marocchinate. Peccato che il tema sia affrontato solamente negli ultimi dieci minuti di spettacolo e, se non fosse per il titolo, lo spettatore crederebbe di assistere alla storia di tre donne durante la Seconda Guerra Mondiale.

La drammaturga e regista, Damiana Leone, vuole precisare, al termine dello spettacolo, che i tre personaggi sono ispirati a donne reali, testimonianze orali raccolte nel lungo lavoro di ricerca. Le tre attrici sono le nipoti di chi quelle violenze le ha vissute sulla propria pelle.

La Ciociara di Moravia e la trasposizione cinematografica di De Sica, secondo l’autrice, non bastano a raccontare la drammaticità di quegli eventi.

Sono circa cinquanta mila le donne, i bambini e gli uomini, stuprati e torturati in soli dieci giorni sulla linea Gustav, durante la Seconda Guerra Mondiale.

All’interno del progetto Racconta la Guerra, promosso dalla compagnia “Errare persona”, lo spettacolo vuole ricordare le donne vittime di stupro inteso “come crimine, non come effetto collaterale alla guerra e sensibilizzare l’opinione pubblica e la ricerca storica.

Chi fosse interessato può visitare il blog: https://raccontalaguerra.wordpress.com/

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Testo e Regia: Damiana Leone

Interpreti: Damiana Leone, Anna Mingarelli, Francesca Reina

Luci: Alessandro Calabrese

Compagnia Errare persona

Genere: teatro civile e antropologico

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