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“Golgota” di Bartabas al Teatro dell’Opera di Roma

Foto di Nabil Boutros
Foto di Nabil Boutros

L’odore pungente e mistico dell’incenso investe immediatamente l’atrio del Teatro Costanzi, immerge il pubblico in un’atmosfera di rarefatta e mistica sacralità e introduce Golgota, la nuova creazione di Bartabas (alias Clément Marty) che torna a Roma dopo dieci anni di assenza e porta per la prima volta sul palco dell’Opera il Théatre équestre Zingaro.

Ma è solo quando le luci si abbassano e la sala viene pervasa dalla musica solenne di Tomás Luis de Victoria che prende forma il rito religioso che ricerca l’archetipo della ritualità scenica e si trasforma una solenne messa laica. Quattro magnifici purosangue, Horizonte, Le Tintoret, Soutine, Zurbarán, regali e maestosi nella loro eleganza, la fugace apparizione dell’asino Lautrec, la stella sivigliana del flamenco Andrés Marìn e naturalmente Bartabas, regista, coreografo, interprete e deus ex machina sono gli officianti di una misteriosa funziona liturgica che si concretizza in dolorosa via crucis solo nel finale.

In fieri però si inanellano potenti e misteriose immagini costruite con lo strabiliante Marìn, danzatore di flamenco qui incredibilmente privato proprio della terra, ora “costretto” a danzare sulla sabbia, ora relegato su una sedia, ora a scalate il suo Golgota, un pulpito in legno, fino ad assurgere a ruolo di Cristo laico: se l’idea di partenza e l’obiettivo di Bartabas è di scovare le origini della ritualità come in una messa senza tempo, ciascuno sul palco svolge un ruolo preciso e ogni gesto diventa insostituibile. La flagellazione con la coda di cavallo, neo cilicio, il lavaggio dei piedi, la vestizione con le candide gorgiere bianche o lo spegnimento delle candele in un palco allestito come una scatola scura con le luci ispirate a Tintoretto e Goya a incastonare i personaggi, rimandano alle visionarie suggestioni spagnole, all’iconografia di Goya e all’Inquisizione, fra macchie di drappi rossi e fugaci guizzi di colore.

In un’atmosfera di inquietante sacralità, fra i sussurri e i respiri dei cavalli, il pubblico sembra essere inconsapevole spettatore astante della musica del silenzio di Luis De Victoria (una selezione di mottetti per voce sol interpretati dal controtenore Christophe Baska) e dello straordinario dialogo che si instaura attimo dopo attimo fra Marìn e Bartabas insieme ai suoi cavalli, mai ridotti a ostentati fenomeni da baraccone, ma sempre visti come naturale prolungamento di Bartabas che con loro diventa un unicum.

Spettacolo personalissimo e per palati fini, dall’iconografia suggestiva che unisce arte equestre, musica, danza e teatralità. Golgota è in scena al Teatro Costanzi di Roma venerdì 24, domenica 26 e lunedì 27 luglio alle ore 21.

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