Amami, baciami, amami, sposami

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Foto di Martina Sperotto
Foto di Martina Sperotto

Di Elisabetta Granara e Alberto Tamburelli

Regia Elisabetta Granara

Con Sara Allevi, Elisabetta Granara, Elisa Occhini

Costumi Pasquale Napolitano

Musiche e suoni Matteo Casari e Rocco Spigno

Scene Alessandro Granara

Produzione Gruppo di Teatro Campestre

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Quante di noi non hanno mai giocato al matrimonio quando erano bambine? Se non tutte, molte di noi sono cresciute con l’idea che sposarsi fosse una cosa bella, emozionante, ci siamo dette sarà: “Il giorno più bello della nostra vita”.

Alla fine l’idea del matrimonio come sacramento è del tutto svanita: il matrimonio è stato sostituito con il giorno delle nozze.

Abbiamo visto troppi films? Ci abbiamo fantasticato sopra per troppo tempo? Ancora crediamo che il matrimonio ci renderà più felici e ci sistemerà del tutto?

L’attrice/autrice Elisabetta Granara, fin dalle prime prove è determinata come non mai a vincere il talent che le consentirà di realizzare il giorno delle sue nozze in grande stile.

Quasi non le interessa chi è l’uomo con cui si sposerà, l’importante è che che mantenga la parola data, che sia muscoloso ma asciutto e che abbia buon cuore. Alla fine il matrimonio è solo un patto che per la protagonista ha valore di sacro, come un passo verso qualcosa a cui non si potrà mai più tornare indietro. Rassicurante? Quanto meno per il personaggio in questione, lo è.

Per tutto il tempo l’interpretazione risulta apatica, monocorde e questo sortisce l’effetto probabilmente voluto dalla compagnia sul pubblico: irritazione, noia, scontento. Sentendo i commenti all’uscita dello spettacolo, alla toilette, luogo di rivelazioni, molte giovani donne (trent’anni, poco più poco meno) si lamentavano per la tematica dello spettacolo: “Ancora così stiamo? Il matrimonio non è una cosa che ci appartiene più!”

Personalmente mi tiro fuori dal coro degli scontenti poiché sento molte donne che soffrono costantemente questa cosa del matrimonio come un traguardo da raggiungere ancor’oggi, come una sorta di gara che è in questo spettacolo molto ben rappresentata con l’idea del talent; ormai ogni aspetto della nostra vita sembra essersi ridotta ad un talent o ad una foto taggata sui social network. Molti bei momenti della nostra vita sono spezzati o non assaporati perché non riusciamo a fare a meno di condividere immediatamente con il network, il momento bello che stiamo vivendo ma poi alla lunga di quel momento cosa ci ricorderemo? Solo della foto?

Concorso di bellezza, concorso per vincere un uomo, concorso per trovare la donna giusta, talent per sopravvivere in un luogo ostile, reality sulla vita del quotidiano, reality sul come educare i nostri figli; viviamo come se fossimo perennemente dietro ad uno schermo, come se continuamente ci sentissimo osservati dal mondo intero ed allo stesso tempo difendiamo a spada tratta la nostra privacy con chi non deve permettersi di entrare nella sfera dei nostri fan.

Amami, baciami, amami, sposami” è anche una delle prove del concorso: la protagonista sceglie di cantare una canzone interpretata da Adriano Celentano ed è stato anche l’unico momento sincero in cui la concorrente dello show, anche se preparatissima sulle movenze e sul testo da cantare lottava con tutta sé stessa, attraverso le movenze estreme del suo corpo, cercando di buttar fuori tutta quella costruzione del personaggio da lei autoimposto.

Per lei la solitudine è stata un fallimento: Sono andata al cinema da sola, a teatro, a cena, mi sono allenata a stare da sola, ho anche fatto un viaggio da sola ma poi non avevo nessuno con cui condividere con me i miei pensieri, forse è più comodo e semplice vivere da soli ma poi quando non potrò più camminare, andare al bagno e mangiare, da sola?”

Meglio rinunciare a sé stesse ed interpretare come in una pubblicità di Barbie, il ruolo della moglie perfetta, esplicitato nel finale quando le due concorrenti finaliste entrano come due bamboline vestite da sposa, sfilando come dietro ad una vetrina con movimenti meccanici della testa e delle braccia. Personalità annullata, accondiscendente, sempre curata, come nel film “La Fabbrica delle Mogli” di Ira Lerving o La Donna Perfetta di Frank Oz.

Alla fine conta solamente l’immagine che di noi vogliamo proiettare.

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