Mauro Astolfi si mette a nudo “in danza”

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Foto di Ferdinando De Sarro
Foto di Ferdinando De Sarro

Caro Mauro, da dove nasce il tuo amore per la danza e chi ti ha indirizzato verso questa nobile arte?

L’interesse verso il tipo di movimento, il tipo di “possibilità” che il corpo poteva avere attraverso la danza è nato quando avevo circa 10 anni, dove al momento l’unica, la prima cosa che avevo potuto vedere a riguardo era qualche film americano, di quelli ancora in bianco e nero con quei ballerini fantastici (che lo sarebbero tuttora).

Quali studi hai seguito per coltivare la passione dell’arte coreutica?

La fase dello studio all’inizio è stata frammentaria, perché non avevo la possibilità di seguire con regolarità le lezioni di danza. Fortunatamente attraverso una grande insegnante di ginnastica ritmica, Renata Mezzetti, ho cominciato a conoscere diversi ginnasti che avevano lasciato quella disciplina per dedicarsi a quella della danza, così cominciai a seguire un po’ ovunque tutto ciò che potevo. Frequentavo anche la scuola del maestro Renato Greco, ma per problemi logistici e di lavoro dei miei genitori, non avevo purtroppo all’epoca piena autonomia. Verso i 15 anni, c’è stato il mio primo viaggio negli Stati Uniti, dove grazie all’ospitalità offertami da alcuni amici di famiglia, ho avuto un impatto violento e affascinante con tutto quello che la danza americana dell’epoca rappresentava. Tornai in Italia dopo qualche mese… e all’età di 16 anni, riuscii a trasferirmi a New York all’inizio per 3/4 mesi l’anno e preso il diploma di maturità mi trasferii negli USA dove rimasi per circa 10 anni, cominciando una frenetica rincorsa per recuperare il mio ritardo. Ricordo che mi sono letteralmente quasi ucciso con la danza classica, la quale seguivo per 2 lezioni quotidiane… vedendo attorno a me ragazzi più piccoli ma decisamente più avanti tecnicamente. Da lì cominciai a studiare da Paul Taylor a Martha Graham, e seguendo a fine giornata tutti gli altri Guest dell’epoca possibili e immaginabili, troppi da citare e ricordare.

Come ti sei avvicinato, in seguito, alla professione di coreografo?

È nato tutto per caso, non avevo minimamente pianificato né altresì progettato per me una carriera da coreografo, mi riunivo con dei miei amici dell’epoca a New York, e ci “coreografavamo” a vicenda, da lì cominciai a comprendere, che ero fortemente attratto da quello che il corpo poteva esprimere attraverso il movimento rispetto a qualsiasi altra forma di comunicazione. Devo dire che la mia simbolica “start Up” arrivò molti anni fa quando un giorno Vittoria Ottolenghi, che mi fu presentata da Monica Ratti, venne in sala prove ad osservare parte del mio lavoro, mi prese da un lato e mi disse: “tu diventerai qualcuno che farà la differenza”. Grazie a quell’incontro, Vittoria mi impose all’attenzione di molte compagnie, scrisse di me e del lavoro che svolgevo per la primissima “Spellbound”, circa vent’anni fa. Periodo dove ancora Internet era ad uno stadio arcaico, non esisteva Facebook, non esistevano i social, e l’unico modo per far comprendere il mio sapere e le mie capacità era mostrarlo direttamente in sala prove a qualcuno degli addetti ai lavori che come la signora Ottolenghi veniva a curiosare.

Credi che l’attuale metodo di insegnamento della danza in Italia sia efficace?

Il problema non è una domanda sul metodo, ma se esista un metodo. Diciamo che ci sono ottimi insegnanti, mediocri insegnanti, insegnanti che non sanno veramente di cosa stiano parlando, ma qui apriremo una sezione polemica, estremamente polemica. Ma sappiamo tutti come funzionano le cose qui da noi, chiunque può fare e dire qualsiasi cosa a prescindere dal fatto che sappia di cosa stia parlando o meno. A parte la tecnica istituzionale delle grandi scuole classiche e accademiche, nell’ambito della danza moderna e contemporanea conta la conoscenza, l’aver danzato e studiato per molti anni e la capacità di saper osservare ed interpretare il cambiamento generazionale dei propri studenti.

Quali sono stati i momenti più importanti ed emozionanti della tua carriera; quelli che hanno determinato una svolta nella tua vita professionale e anche nella tua crescita personale?

Guarda devo essere sincero non riesco a ricordare un momento più emozionante di un altro, ogni nuova creatura, ogni nuova creazione, ogni nuovo incontro, ogni nuovo danzatore in qualche modo mi ha arricchito artisticamente, dando un senso a quello che facevo. Sicuramente sono stato molto gratificato, ho avuto ed ho tuttora migliaia di allievi in Italia e all’estero che mi dimostrano grandissimo apprezzamento per il mio operato, ci sono danzatori da tutto il mondo che vorrebbero lavorare con “Spellbound”, esistono parecchi colleghi, direttori di compagnia importanti che sento sinceri nel congratularsi con me per quello che svolgo e creo… Tutto questo contribuisce a determinare una svolta, sapere che stai svolgendo al meglio una cosa della quale possono godere gli altri è determinante. Non accade sempre e ovunque, ma diciamo che accade spesso.

La ballerina e il ballerino nel panorama attuale e nel panorama del passato, a cui riconosci l’eccellenza, non solo nel campo contemporaneo?

Ballerino del passato, ma neanche tanto passato, sicuramente Mikhail Baryshnikov, un artista che credo rimarrà insuperabile nella sua grandiosa padronanza e completezza per molto altro tempo ancora. In era contemporanea, è veramente difficile se non impossibile, non faccio altro che conoscere e veder ballare, danzatori straordinari… Veramente impossibile citarne qualcuno.

Chi ti ha aiutato o ha creduto di più nella tua carriera?

Nessuno in particolare e tutti quelli che allo stesso tempo hanno collaborato con me, che mi hanno aiutato a realizzare e a progettare le mie idee… in parte ti ho già precedentemente risposto, tralasciando l’incontro importante con Vittoria Ottolenghi, diciamo che ho dovuto fare tutto da solo per la prima sezione della mia carriera, poi appena si è cominciato un po’ a parlare di me, sono arrivate tante persone, che mi hanno letteralmente aiutato. Diciamo che l’attuale manager di “Spellbound Contemporary Ballet” Valentina Marini certamente è stata una delle persone che più ha creduto e sostenuto il mio lavoro. Devo anche molto a Feliciana Lo Mele, una persona che mi ha supportato dandomi credito quando anni fa mi chiedevo se fosse il caso di continuare a lavorare in un paese come l’Italia.

Qual è il balletto che hai più amato del grande repertorio e quello di danza contemporanea? e i coreografi?

Rimasi molto impressionato da uno “Schiaccianoci” interpretato allo Shrine Auditorium a Los Angeles da Mikhail Baryshnikov e Alessandra Ferri, non chiedermi l’anno, molto tempo fa… rimasi estasiato. In ambito classico contemporaneo mi piace molto Cristopher Wheeldon. Poi senza parlare di danza contemporanea (perché entriamo in altri angoli bui e spinosi) ma di danza sublime e basta, amo e ho amato sempre le produzioni di Jiri Kylian.

A quale ricordo sei maggiormente legato nella tua carriera di successo?

Il mio ricordo va sempre e costantemente a tutti quei ragazzi, la prima “Spellbound”, che in una fase del tutto sperimentale, precaria 20 anni fa, provavano la notte fino a tardi, distrutti dai dolori, in una compagnia che allora riusciva a provvedere ad un misero rimborso spese e a pochissimi spettacoli sparsi durante l’anno, ma il tutto con una gioia e un entusiasmo ora assolutamente sconosciuti delle nuove generazioni… attualmente la compagnia è un’azienda che gira il mondo e offre molto di più, ma grazie a quel gruppo di avventurieri appassionati sono state costruite le fondamenta dove adesso poggia l’attuale Compagnia.

Hai qualche rimpianto, artisticamente parlando?

No.

Qual è stato il tuo primo lavoro coreografico e quale ricordo conservi?

Ricordo, anzi credo di ricordare si chiamasse “Essence”… pensavo di aver creato una cosa molto interessante e a distanza di anni, riguardandolo pensai “come ho potuto fare una schifezza simile?”

Come ti accosti alla preparazione di una nuova coreografia?

Sempre in modo diverso, non ho un metodo e non voglio averlo, quest’ultimo è necessario per la didattica, nella creazione di un movimento bisogna dimenticarsi chi si è e cosa si sa fare… ci sono persone che hanno scritto “il metodo ASTOLFI” sia in Italia che all’estero… mi fa sorridere, perché non penso di avere un metodo… ma al limite un gusto.

Quali sono oggi i problemi riscontrati per una Compagnia di danza, tu che ne dirigi una tra le più prestigiose in Italia nel campo della danza contemporanea, la “Spellbound Contemporary Ballet”?

I problemi, caro Michele, sono sempre gli stessi vivere ed avere a che fare con un sistema come quello italiano che ti spinge allo sfinimento, che non dimostra un’interesse reale, se non per i numeri… il problema anche di trovarsi spesso in mezzo a tendenze, a nuovi concetti, che nuovi non sono, tendenze generate da alcuni che stabiliscono come accade nella moda, quale sia il segmento o il settore che più debba funzionare… politici che si occupano di danza, imprenditori che si occupano di danza, che in realtà se fossero interessati alla danza potrebbero anche far molto bene! Allora poi escono gli artisti, che spesso e volentieri appena insigniti di una carica o di una particolare onorificenza diventano più razzisti del Ku Klux Klan, e il loro personale gusto diventa un dogma, dinamica che caratterizza tutte le minoranze, che una volta salite al potere diventano peggio di chi li aveva osteggiati o non considerati in passato… Ma a parte questo mio piccolo sfogo, gestire una Compagnia in Italia è veramente ed estremamente complesso e faticoso. Però in cambio mi regala anche molte soddisfazioni.

Da dove nasce la tua ispirazione?

Da qualsiasi cosa.

Cosa rappresentano le tue coreografie?

Pezzetti ordinati, ma spesso disordinati della vita, per come io riesco ad elaborarla… racconto un mondo dentro un altro, ricerco sostanzialmente la purezza delle cose, delle persone e attraverso la coreografia posso elaborare dinamiche non logiche, non strutturate, non necessariamente comprensibili… Il movimento è una cura per l’anima, arriva molto più in profondità di quello che si possa pensare. Non mi interessa ripetere sulla scena quello che accade fuori, ma generare una possibile diversa interpretazione di quella che consideriamo la normalità.

Quali sono stati i tuoi maestri, non solo materiali ma anche ideali?

Veramente tanti, ho imparato da molti, il mio primo grande entusiasmo fu per Paul Taylor e per i suoi lavori di oltre 30 anni fa… non voglio citarli perché ne dimenticherei sicuramente troppi. In ogni posto dove a mia volta ho lavorato, dove ho insegnato, andavo a conoscere altri coreografi, altri maestri e spesso rimanevo affascinato da alcuni di loro, ho considerato come maestro anche chi soltanto con un movimento mi ha fatto capire qualcosa di me.

Ti è capitato di conoscere delle persone dotate di grandi potenzialità artistiche ma che, per mancanza di spirito di sacrificio e sopportazione della fatica, non sono potute emergere nel mondo artistico?

Sì, vuoi i nomi?

L’umiltà: quanto conta in arte?

L’umiltà è una parola che spesso viene usata assolutamente a sproposito, e chi dice di se stesso di considerarsi tale di solito è estremamente arrogante… Credo che chi sia veramente umile al contempo ne sia inconsapevole ma è un qualcosa che può essere notato solo dall’esterno… Potrei dire che l’umiltà sia soltanto infondere ogni giorno il meglio di se stessi e spingere il proprio corpo là dove il cuore ti direziona verso ciò che maggiormente ti colpisce… Non ho mai creduto a chi si fa piccolo, per farsi dire da qualcuno quanto invece sia grande! Ho profondo orrore di questo pensiero, comunemente riconosciuto come “umiltà”.

Oltre la danza, quale altre passioni coltivi?

Tecnologia, la amo.

Nella tua carriera hai avuto tanti incontri illustri del mondo della danza, chi ti ha colpito maggiormente?

Guarda anche qui farei torto a qualcuno, molti grandi artisti, così come giovani emergenti, i quali mi hanno arricchito con il loro modo d’essere e con la loro arte.

C’è in particolare un ballerino o una ballerina o una compagnia a livello mondiale per cui ti piacerebbe creare un lavoro?

Ce ne sono tantissimi.

Pensi sia indispensabile per un coreografo aver avuto esperienza di danzatore?

Aiuta tanto, ma se si nasce con un forte interesse e una morbosa curiosità allora è sicuramente si possiede la chiave di accesso verso la comunicazione mediante il corpo e da ciò può nascere un arte riccamente interessante, ma bisogna studiare e lavorare per tanti, tanti anni.

Spesso sei docente in prestigiosi Stage, ti piace insegnare e trasmettere il tuo sapere? Ti emoziona?

Mi piace e mi emoziona solo se chi ho di fronte non si trova semplicemente parcheggiato in sala, ma semplicemente se risultano essere persone affamate e motivate.

Cosa vuol dire per un coreografo poter lavorare con un gruppo stabile di ballerini?

Poter incrementare la qualità a tutti i livelli, sapere e capire in poco tempo come è a cosa rimediare, stabilire delle connessioni profonde che mostreranno sulla scena la loro forza.

Possiedi ancora un “famoso sogno nel cassetto”?

Sì, più di uno… alcuni li ho già trasformati in realtà, ma non mi basta un cassetto, piuttosto un appartamento intero vuoto per contenerli tutti… ma li chiamerei interessi piuttosto che sogni.

La musica è parte fondamentale della danza, quali sono gli elementi che la danza moderna può avere in comune con la musica classica, che tu spesso hai usato, una per tutte per il tuo capolavoro “Carmina Burana”?

La musica e il movimento sono due vibrazioni ed esse si vedono e percepiscono come due cose ben diverse… In una coreografia la musica assume un corpo solido e il corpo può diventare una vibrazione. La musica classica o una musica contemporanea per me sono vibrazioni pure, a seconda della loro frequenza oscillatrice richiamano un certo tipo di movimento… Ovviamente, questo è quello che io sento.

Tu Mauro viaggi molto per lavoro e ti confronti con realtà coreutiche differenti. Quali sono le maggiori differenze con l’Italia in fatto di insegnamento e di approccio con l’allievo?

Sostanzialmente un’attenzione e una cultura della sensibilizzazione decisamente più capillare che all’estero viene fatta rispetto all’Italia. Qui abbiamo grandissimi talenti, grandi personalità, ma come scrivevo prima, se la creatività e la voglia di fare si sbattono contro l’indifferenza nasce la totale mancanza di interesse. Per quanto riguarda un diverso approccio all’insegnamento, diciamo che il mestiere di docente all’estero non è un ripiego o una conseguenza del non essere riusciti a trovare lavoro come ballerino… Cosa che accade sistematicamente in Italia, ma è una scelta precisa e questo comporta un interesse, una dedizione e una serietà esemplare. Come dicevo prima, ci sono realtà che in Italia producono lavori di altissimo livello e che preparano studenti in maniera assolutamente ineccepibile! L’altro grande problema è che i ragazzi qui in Italia, e ti parlo di cose che verifico costantemente e personalmente, sono sempre meno interessati… Quindi serve a molto poco un grande maestro al cospetto di un allievo poco partecipe.

E cosa pensi della nuova scena contemporanea italiana della vetrina coreografi contemporanei?

Ci sono cose che mi piacciono. Alcune molto.

Per una creazione coreografica quale aspetto influenza la scelta dei costumi e dei colori?

Nel mio caso il costume è veramente l’ultimo elemento che prendo in considerazione per qualsiasi creazione, è solo la forma finale del lavoro, dello spettacolo che può suggerirmi un costume.

Dirigi anche il DAF a Roma, un progetto educativo e formativo per giovani danzatori votati alla professione. In America si dà molta importanza alla cultura e si cerca di promuovere e supportare le arti. Che tipo di riscontro avete sia a livello del DAF e cioè dell’insegnamento sia a livello di produzione e distribuzione degli spettacoli a livello istituzione in Italia?

Il Daf è una sorta di miracolo, quando venne realizzato, con tutte le persone che hanno preso parte a questa operazione, nessuno pensava che sarebbe potuto diventare in pochissimi anni uno dei più grandi centri europei di perfezionamento per danzatori, è una specie di Oasi creativa. Abbiamo artisti, residenze creative ogni mese con direttori di importanti compagnie. È diventato un mondo a sé, un crocevia di artisti, di scambi di culture, di incontri tra personalità diversissime fra loro; tutto questo sta contribuendo a creare in Italia un modo diverso di percepire lo studio e il perfezionamento per danzatori. Il Daf attraverso una serie di dipartimenti dedicati uno nello specifico per le relazioni internazionali diretto da Valentina Marini, sta creando eccellenti opportunità, diverse audizioni dove portare direttamente in sede i direttori che possono scegliersi i ragazzi per i loro progetti… E sono state innescate una serie di produttive collaborazioni internazionali, al fine comunque di creare, per gli studenti, sempre maggiore consapevolezza e conoscenza di ciò che avviene a livello mondiale.

Tu hai lavorato con culture diverse e per molti l’esprimersi artisticamente è considerato migliore all’estero. Andare in America è ancora una possibilità per essere un artista migliore?

Assolutamente andare in America in questo momento, personalmente parlando, lo ritengo molto poco stimolante dal punto di vista della ricerca e della possibilità di trovare linguaggi d’avanguardia… Il meccanismo è decisamente più rigoglioso e vitale in Europa.

Quale definizione ti senti di dare per la tua compagnia, la Spellbound Contemporary Ballet?

Coraggiosa.

La Spellbound è fortemente apprezzata anche fuori dai confini nazionali. Quali sono i punti di forza dei tuoi lavori e dei tuoi danzatori?

Credo la forza dei danzatori, la disponibilità a mettersi realmente in gioco ad ogni singola recita… la ricerca di un linguaggio vitale, fisico, viscerale e lo studio dello spazio come entità viva e pulsante. Tutti insieme cerchiamo di alimentare al massimo la passione e il lavoro creativo in quell’ora di spettacolo.

Che cosa ti auspichi per il futuro della coreografia, della creatività e della sperimentazione del “movimento”?

Mi auspico che chiunque operi in questa direzione, in questo nostro mondo, lo faccia non come ripiego, non per diventare famoso e importante, né per conquistarsi un posticino al sole, ma per la concreta necessità di raccontare se stesso e la propria relazione con il mondo esterno mediante la danza.

Io e te, spesso ci siamo ritrovati insieme in qualità di Giudici in Concorsi Nazionali e Internazionali di danza. Secondo te, questi tipi di manifestazioni, sono così importanti per la formazione artistica dei giovani allievi?

Possono essere importanti, molto importanti o per niente importanti. Non è la manifestazione in sé, ma è come viene elaborata da parte delle scuole che presentano i ragazzi, come gli studenti stessi vengono preparati ad una eventuale non buona classifica, come viene fatto capire loro, che non è fondamentale un piazzamento, ma è basilare la sensazione di essere riusciti a dare il massimo in quell’occasione… Ma come sai bene Michele stiamo parlando di pura utopia.

Qual è il tratto principale del tuo carattere?

Non lo so.

E il tuo peggior difetto?

Neanche.

Cosa volevi fare da grande?

Non lo sapevo… l’ho scoperto crescendo appunto.

Qual è la delusione più grande che hai mai avuto in termini artistici?

L’aver capito dopo essere ritornato in Italia dagli Stati Uniti, che per funzionare nel nostro belpaese, viene al primo posto il grado di conoscenza con qualcuno di importante che possa aiutarti… E subito dopo quello che sai fare!! Mi rendo conto di aver detto una cosa banale e retorica, ma così è stato per me. Ho dovuto piangere tante lacrime e sputare sangue nel vero senso della parola.

Quale tuo balletto non è stato capito dai critici ma che ancora oggi ricordi e magari vorresti riproporre sulla scena?

In particolare “Relazioni pericolose” è uno dei miei lavori preferiti… Ma i critici non possono far altro che esprimere il loro gusto personale, ed è giusto che sia così da un lato, ma è sbagliato che il gusto di una persona possa arrivare a condizionare negativamente qualcuno, credo che un critico non debba “criticare” ma piuttosto fornire gli elementi di interpretazione o di aiuto. Una sorta di decodificazione di un linguaggio, laddove risulti eccessivamente criptico o quant’altro.

Hai preso parte come protagonista docente al talent “Amici”. Cosa ne pensi di questi programmi televisivi sulla danza, aiutano realmente?

Aiutano nel conseguimento di una notorietà “temporanea” con tutto quello che ne comporta, per il resto è una trasmissione televisiva ed ha le esigenze di una trasmissione televisiva. Ma se la domanda è “Se aiutano realmente” allora la risposta è: “Ma proprio per niente!” Se poi appunto si scambia la propria carriera da danzatore, con quante serate si sono fatti in una discoteca e a quanti stage si viene invitati… beh in quel senso può aiutare, ma sempre per un periodo di tempo estremamente limitato, perché l’anno successivo i nuovi ragazzi che usciranno dalla trasmissione, spingeranno rapidamente nel dimenticatoio i super famosi dell’edizione precedente.

Quali sono le tue letture preferite e la tua città preferita?

Città preferita nessuna in particolare, ci sono molte cose che mi piacciono di alcune città, e alcune di altre, se non fosse per il traffico, direi Roma. La mia lettura preferita è “Frammenti di un insegnamento sconosciuto”.

Hai delle cause “umanitarie o sociali” che ti stanno particolarmente a cuore?

Tutte le cause umanitarie che non nascondano altrettante trappole demagogiche e di propaganda politica.

Come si svolge solitamente la tua giornata lavorativa al Daf, e vuoi parlarci di questa struttura?

Del Daf ti ho detto qualcosa prima. Il Daf è anche la sede di “Spellbound Contemporary Ballet”, quindi la mia giornata passa tra la sala prove e le lezioni per i ragazzi del progetto di perfezionamento professionale… Anche se l’aspetto interessante è anche l’essere presente in quei pochi momenti di riposo dove posso osservare il lavoro degli altri coreografi e vedere cosa accade nei ragazzi assistendo alla loro eventuale trasformazione.

Qual è la situazione che consideri più rilassante al di fuori della danza?

Stare in mezzo alla natura.

A chi non ti conoscesse cosa faresti vedere di te?

I miei oggetti della Apple… il resto se ha voglia e tempo e soprattutto se lo trova interessante lo conoscerà in seguito.

Una domanda che nessuno ti ha mai rivolto?

Questa tua di adesso.

Se ora ti fosse data l’opportunità di scegliere un libro, quali vorresti portare in scena in veste di coreografo?

Il cacciatore di androidi” di Philip K. Dick dal quale è stato tratto il film della mia vita… “Blade Runner” di Ridley Scott.

A cosa pensi quando ti guardi allo specchio?

Cavolo la mia pelle sta perdendo di elasticità!

Un motto d’incoraggiamento per tutti coloro che vogliono intraprendere la carriera nel mondo della danza?

Non inseguite nessun sogno, ma solo un reale interesse.

Ciao Michele a presto, grazie

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