Poltrondamore

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fotoSullo sfondo del loggiato della Fontana dell’Acqua Paola sul Gianicolo, il Fontanone dell’immaginario collettivo dei romani, edificata da papa Paolo V per fornire acqua ai giardini vaticani, si è conclusa la XX edizione di Fontanonestate, con la direzione artistica di Enzo Aronica, che ha proposto un variegato cartellone di drammaturgia contemporanea e incursioni classiche, concerti, sperimentazione di linguaggi e nuovi mezzi di comunicazione, laboratori di lettura drammatica, proiezioni.

Maria Paiato, pluripremiata interprete delle emozioni di personaggi classici e moderni, ha reso coinvolgente e tangibile la lettura del visionario racconto di Alberto Savinio, tratto dalla raccolta “Tutta la vita”, suscitando la sottile ilarità del pubblico che ha gremito il piccolo orto botanico adibito a platea. Savinio, fratello di Giorgio de Chirico, fu anch’egli pittore oltre che scrittore, metafisico e surreale in entrambe le arti.

Il racconto descrive la visione onirica che svela indicibili segreti al neovedovo commendator Candido Bove assopitosi sul divano del ‘salotto buono’ il giorno successivo al funerale, nell’atmosfera untuosa di cera e fiori morti che richiama l’acre odore di Teresa appena sveglia, tanto da fargli vagheggiare un’officina per far tornare i fiori profumati come ali di farfalle.

Nel dormiveglia ode le voci ovattate dei mobili, su tutte la vecchia poltrona coetanea e confidente della signora, che trae conforto dal rievocarne la vita emettendo pillole di saggezza ai giovani e scomodi mobili Novecento con i quali i padroni dieci anni prima hanno sostituito quelli vecchi, in un afflato di rinnovamento che ha impedito a ciò che era ‘vecchio’ di diventare ‘stile’ come, invece, è necessario fare nella vita e nella politica. Questi mobili senza personalità non si accorgono di nulla, infatti “di molte cose non s’accorgono i giovani. Vedere è un’arte difficile che s’impara tardi. Le persone d’età e d’esperienza conoscono bene l’arte del dissimulare, che è il fondamento del vivere civile”.

La vecchia poltrona, consunta e con le molle rotte, incalza con il ricordo dei molti amanti di Teresa che ha ospitato tra i suoi braccioli: il socio del commendatore, il grasso tenore dalle insospettabili perversioni, il chirurgo che fa operare il marito nella sua clinica per tenerlo lontano per un po’, il giovane nipote angelicato che la donna trasforma in ometto finché, sfiorita, si concede ad amori mercenari e sempre più rari, versando lacrime nostalgiche. La poltrona condivide in silenzio, perché gli umani non devono sapere che i mobili li vedono e li giudicano, e ammonisce le poltroncine a non far parola al commendatore dei trascorsi della moglie per non tradire la vita che circonda ogni uomo con un velo tessuto di tre fili: finzione, ignoranza, credulità.

A un piccolo sgabello curioso risponde che la donna non contaminava il talamo nuziale, riservato ai doveri coniugali, per onestà e prudenza poiché mai il marito sarebbe entrato nel salotto buono se non autorizzato.

La mattina successiva agli occhi di poliziotti e giornalisti la sala appare come la scena di un delitto: la poltrona, palestra di tanti amorosi esercizi, è sventrata, il commendatore riverso a terra esanime con le nocche delle mani scorticate e escoriazioni sul corpo. I mobili, un tempo colorati, sono bianchi. Incanutiti dallo spavento.

L’animismo degli oggetti sfugge alla razionalità ma denuncia le meschinità i limiti, le paure, le cecità e le viltà che impediscono agli uomini di conoscere se stessi, descritto con quel surrealismo che Savinio sostiene “non si contenta di rappresentare l’informe o di esprimere l’incosciente, ma vuole dare forma all’informe e coscienza all’incosciente”.

È duttile la voce di Maria Paiato nel rumoroso chiacchiericcio, alternando il tono caldo e grave della vecchia poltrona agli squittii del giovane mobilio, raccordati dallo scandire della voce narrante.

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