She She Pop

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fotoTHE RITE OF SPRING as performed by She She Pop and their mothers

Concept: She She Pop.

By and with: Cornelia and Sebastian Bark, Heike and Johanna Freiburg, Fanni Halmburger, Lisa Lucassen, Mieke Matzke, Irene and Ilia Papatheodorou, Heidi and Berit Stumpf, Nina Tecklenburg.

Video: Benjamin Krieg & She She Pop.

Set: Sandra Fox & She She Pop.

Costumes: Lea Søvsø.

Musical Collaboration: Damian Rebgetz.

Choreographic Collaboration: Jill Emerson.

Assistant and Dramaturgical Collaboration: Veronika Steininger.

Light Design and Technical Direction: Sven Nichterlein.

Sound: Florian Fischer.

Video Assistant: Anna Zett.

Trainee: Mariana Senne dos Santos.

Production/PR: ehrliche arbeit- freies Kulturbüro.

Company Management: Elke Weber.

A She She Pop Production.

In Co-Production with HAU Hebbel am Ufer, FFT Düsseldorf, Mousonturm Frankfurt, Kaserne Basel, brut Vienna, German Language Theater Festival of Prague/Archa Theater Prag, Kyoto Experiment and Théâtre de la Ville/Festival d’Automne à Paris.

Residency funded by Art Center Kyoto, Kyoto Experiment and the Goethe Institute.

Funded by the City of Berlin  – Department for Cultural Affairs and the Hauptstadtkulturfonds Berlin.

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Gli attori in scena sono quattro ma in realtà ci sono anche le loro rispettive madri che intervengono in forma proiettata grazie all’aiuto di quattro pannelli verticali di stoffa che ondeggiando, danno la sensazione di maggiore fisicità delle donne che intervengono sulla scena.

Il tutto inizia con la presentazione delle madri degli attori: come si chiamano, cosa fanno, come si sentono a partecipare a questo studio/ricerca sul tema della madre e del sacrificio.

C’è molta tensione, imbarazzo, le figlie si vergognano di come danzano le madri, alcune madri invece vogliono far vedere con tutto il loro orgoglio quanto hanno fatto e continuano a fare nella loro vita, come a far sentire quanta giovinezza c’è ancora in loro, diventando addirittura comiche e caricaturali.

Le nostre madri si sono sacrificate per metterci al mondo?

La risposta è sì, nel senso che per come vedevano la vita all’epoca (30 o 40 anni fa) la donna doveva mettersi al servizio del marito e dei figli. Per alcune è stato molto frustrante rinunciare ai propri sogni e dover regalare i colori ed i pennelli al marito: “Io ero solo la maestra che insegnava pittura e disegno a scuola, era mio marito l’artista, io portavo a casa solo i soldi”. Nel raccontarlo non c’è rabbia, né rammarico, solo un fluttuante ricordo di qualcosa che con gli occhi del presente avrebbe potuto essere diverso, una sorta di malinconia di un qualcosa che avrebbe potuto vibrare dentro di lei, se…

Un’altra madre con serenità ammette di aver sempre fatto tutto quello che voleva nella vita, per lei il sacrificio non c’è stato nemmeno quando doveva accudire la madre morente. Ha sempre fatto tutto perché le andava e perché si sentiva.

Dopo il prologo, madri e figlie ballano insieme, imitandosi vicendevolmente, inscenando l’essere gravide delle madri con un gioco di sovrapposizioni d’ immagini dove adesso i figli sono adulti ma ancora dentro la pancia, scalciano e succhiano il latte, si dimenano, il tutto, sovrapposto come un gioco.

I figli prendono in giro le madri, sconvolgendo i loro visi con linguacce e facce storpiate e poi la danza, fatta di spinte vicendevoli, poi imitazione, poi ancora corteo, poi grosse risate, finalmente avviene l’incontro: finalmente si possono guardare senza che i rispettivi ruoli prestabiliti di madre e di figlio si ripresentino come dei macigni irremovibili. La sagra della primavera di Igor Stravinsky ha cancellato i ruoli prestabiliti dalla società, dal dovere e dal costume. Improvvisamente si sentono le voci delle quattro madri a confidarsi nello spogliatoio che ridono e si chiedono: “Ma cosa c’entra il sacrificio? Non dovevamo parlare di colpa e di rinuncia?” E l’altra madre gli risponde: “No, siamo andati oltre, siamo oltre la rinuncia e alla colpa, adesso stiamo insieme, non vedi?”

Tutto questo a voler dire: non c’è nulla di scontato nel volere o scegliere di essere madre ma tutt’oggi ci trasciniamo quell’impostazione forte della mistica della femminilità degli anni’50 in cui le donne si ammalavano ed erano insoddisfatte e non sapevano perché. Avevano tutto ciò che desideravano: una bella casa, una bella famiglia ma poi, dopo, i figli erano cresciuti e di loro cosa rimaneva?

Non credo che essere madri significhi per forza rinunciare a se stesse ma solo nelle società utopiche la maternità è al centro della vita e i neonati un grande regalo invece che un grande intralcio alla vita di tutti i giorni. Essere madri è ancora una faccenda troppo privata ma il collettivo SHE SHE POP è riuscito con leggerezza attraverso la musica, le immagini e la danza a renderlo, quanto meno, uno spazio che va al di là delle solite quattro mura domestiche.

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