Bastavamo a far ridere le mosche

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fotodi e con: Sergio Longobardi
Musiche e Suono: Michael Nick
Luci: Manon Geffroy
Traduzione Testo: Celine Frigau Manning e il Collettivo La Langue du Bourricot (Università di Paris)
In video: Salvatore Longobardi
Voce off: Agata Nunziante e Sergio Longobardi
Prodotto da: Compagnie Babbaluck / con il sostegno alla creazione del Theatre du Parc de la Villette

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L’autobiografia di un clown “esiliato” a Parigi diviene trama dello spettacolo “Bastavamo a far ridere le mosche”, percorso di vita e d’arte di Sergio Longobardi, il quale assieme ad altri artisti di strada hanno dato vita alla Compagnia Babbaluck nel 1997.

La piéce, dunque, benché privilegi una dimensione prettamente intimista e si costituisca di immagini legate tra loro verosimilmente da associazioni mentali, non elude la questione del teatro e del suo finanziamento, ma la filtra attraverso la condizione personale dell’interprete che, all’inizio, lo rinveniamo fra l’esigua platea di Sala Assoli; sulla falsariga di un numero da clown, si aggira con la nuvoletta AIUTO tra noi spettatori, nell’attesa che la luce cali. Delle parrucche colorate sono poste lungo il fondo, un fitto appendiabiti ed una cassetta per la frutta al centro sono i soli oggetti di scena. La lettura del bollettino meteorologico, della data e orario preciso in cui stiamo assistendo allo spettacolo segna l’incipit della narrazione.

Condizione primaria del protagonista/attore Sergio Longobardi, è essere artista di strada il quale dispensa “numeri e non barzellette”. Tale assioma di professione è forse la cifra stilistica di “Bastavamo a far ridere le mosche”; siamo calati in una narrazione funambolica, vivida di immagini e di polifonia intervallate da musiche e dalla proiezione di un video nel quale il padre Salvatore racconta della propria ascesa sociale, da quand’era garzone di barbiere a quando “imparò il mestiere” di assicuratore. Una vera “ascesa del proletariato”, paradigma dell’Italia del boom economico, e che si scontra fortemente con la necessità o scelta di Sergio di intraprendere il mestiere di artista.

Al di là della forte polarizzazione fra acquisizione di una sicurezza economica, di una promozione sociale tutta borghese ed una vita condotta in strada, la via del Teatro assume qui doppiamente valore di emarginazione. Alle vicissitudini personali – divieto di insegnamento per esser stato connivente col sistema corrotto dei diplomifici, quale verità! – si aggiunge la consapevolezza di aver abbracciato un’arte sempre più penalizzata dalle politiche statali. Una doppia condanna, dunque, e non a caso è proprio il teatro di strada, il più povero fra i poveri, ad essere emblema di una condizione così complessa che tocca tutte le corde esistenziali e professionali; il ricordo dell’esibizione al Teatro Nuovo, quale assai diversa da quelle in strada, a cappello, rivendicano l’esigenza e il diritto di scrivere una propria esistenza teatrale, la sola via percorribile per riscattare tutta una vita.

La brevità dello spettacolo, l’uso di una lingua poliforme con la quale le parentesi aneddotiche quasi si astraggono dalle collocazioni spazio-temporali (Torre Annunziata, il lido Mappatella, la tv trash delle domeniche di qualche decennio fa, ancora la persistenza del sistema della DC), squadernate anch’esse in flusso un po’ visionario, ci restituiscono un monologo immediato che chiede e cerca, attraverso una fragile consistenza come di una nuvola, un pubblico finalmente seduto, e non di passaggio, che ascolti immerso nel silenzio di una sala.

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