“Il Fantasma di Canterville” da Oscar Wilde

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fotoAncora una volta Ferdinando Bruni si conferma un mostro di bravura. Ineguagliabile. L’artista – perché Ferdinando non è solo un grande attore – riesce ad imprimere al suo eloquio una ricchezza di colori che abbaglia. È talmente bravo che abbozzare una critica ci si sente in colpa. Insomma il nostro, a volte, cede alla tentazione di ascoltare ammirato la propria voce e si esibisce in barocchismi vocali con una naturalezza che soltanto un grande attore è in grado di fare. Ma a volte il troppo stroppia.

Dato a Bruni quel ch’è di Bruni diamo la parola a Oscar Wilde.

Il Fantasma di Canterville” è la parodia umoristica di una ghost story. Il racconto è ambientato in Inghilterra alla fine dell’ottocento. Otis, un politico nordamericano acquista un castello inglese. È chiara fin dall’inizio l’opposizione tra la società aristocratica inglese, legata alle tradizioni del passato, e il pragmatismo dell’alta borghesia americana, ancorata al presente e alle cose tangibili, concrete (come lo smacchiatore per la macchia di sangue sul tappeto e il lubrificante per le catene del fantasma che disturbano il sonno della famiglia americana). Famiglia che è composta dalla moglie Lucrezia, dal figlio maggiore Washington, da Virginia, timida quindicenne e dai due terribili gemelli chiamati Star and Stripe.

Il castello acquistato dagli Otis è abitato dal fantasma di Sir Simon, scorbutico nobiluomo del tardo cinquecento, costretto a passare l’eternità tra le mura del castello finché un’antica profezia non verrà compiuta. Ma gli americani, fin dalle prime apparizioni, si rivelano del tutto indifferenti e per nulla spaventati dalla presenza dell’ectoplasma. Subito si crea tra gli Otis e il fantasma una sorta di ostilità fatta di scherzi e trucchi. Uno dei motivi del contendere è la macchia di sangue sul tappeto del salone. Questa macchia è il ricordo di dove cadde la sposa di Sir Simon, Lady Eleanor, uccisa dal marito in un momento di collera perché incapace di attendere alle faccende domestiche. Alla fine, grazie alla giovane Virginia, si avvera la profezia e libera Sir Simon dalla schiavitù che da trecento anni lo tiene costretto fra le mura del castello.

Lo stile è semplice, preciso, ironico. Le parole sono sapientemente dosate, l’interesse è tenuto vivo dalle battute incalzanti e nell’epilogo la suspense è creata con grande maestria.

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