“Le donne gelose” di Carlo Goldoni

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fotoSecondo i canoni della sua “Riforma”, Goldoni porta sulla scena uno scorcio della realtà senza infingimenti, senza svenevoli melodrammi. Prende spunto dagli accadimenti che la vita reale offre nella sua quotidianità per mettere in scena personaggi veri. Scrive Goldoni” I miei caratteri sono umani, sono verisimili, e forse veri, ma io li traggo dalla turba universale degli uomini”. E Silvio D’Amico nella Storia del Teatro drammatico chiosa “Goldoni non è il fotografo, ma il festoso pittore di un mondo superficiale, stanco, sensuale e tutt’altro che eroico e, nelle sue pitture ci dà né campioni di vizi atroci, né modelli di virtù sublimi, ma uomini e donne nella loro mediocrità”. Nelle sue commedie mescola più caratteri perché così è la vita, o dipinge più sfumature di un carattere solo come nella commedia che abbiamo appena visto al Piccolo Teatro Studio: “Le donne gelose” dove durante gli ultimi giorni di carnevale si snoda l’azione che vede intrecciarsi, con grande sapienza teatrale, la vita e le miserie di una borghesia senza valori. I personaggi sono i componenti di due famiglie squattrinate e una vedova intraprendente che con astuzia e fortuna rimette in sesto le finanze disastrate di Boldo e Todero attraverso il gioco d’azzardo. Ma la frequentazione dei due merciai alla vedova Lucrezia fa nascere e sviluppare fino all’incendio la gelosa delle mogli Giulia e Tonina che, ignare delle difficoltà finanziarie dei mariti, sono convinte che le visite all’affascinante vedova abbiano finalità carnascialesche (nel senso del binomio carnale e carnevale). Le donne sono pettegole, petulanti, intriganti e, come vedremo ipocrite, quanto i mariti sono collerici, poveri di spirito e di borsa. Tutto gira intorno al dio denaro, all’affannosa ricerca di schei. Alla fine tutto si risolve con una grossa vincita (grazie ai maneggi di Lucrezia) che mette a tacere Giulia e Tonina così che ai loro occhi avidi la vedova da donna di malaffare, diventa una signora di rispetto.

Le donne gelose” è una commedia apparentemente divertente ma il contesto è tragico. Tutto si svolge in chiave minore, il Carnevale è povero, si respira l’aria della fine di un’epoca, in filigrana si legge un’orazione funebre, i personaggi indossano tutti la stessa maschera modellata da apparire un teschio e la triste festa del carnevale si svolge nel piccolo spazio del “Ridotto” dove tutti riconoscono tutti.

Il bravissimo giovane regista Giorgio Sangati seguendo le indicazioni di Luca Ronconi ha dato inizio allo spettacolo con una pioggia torrentizia che scende sul proscenio metafora della città sommersa e di una società che ci sguazza con inconsapevole incoscienza.

Bravissimi tutti gli interpreti da Sandra Toffolatti che nelle vesti di Lucrezia sfoggia un’ampia gamma di espressioni vocali, mimiche e gestuali, straordinaria Valentina Picello nei panni della nevrotica, irriducibile Donna Giulia, Paolo Pierobon superlativo Boldo, Fausto Cabra uno zanni perfetto innamorato perdutamente di Lucrezia, e poi ancora gli eccellenti Leonardo De Colle, Marta Richeldi, Sara Lazzaro, Elisa Fedrizzi, Ruggero Franceschini e Federica Fabiani. Le scene di Marco Rossi sono di una semplicità adeguata alla peculiarità del teatro Studio (mi chiedo come sarà il disegno scenico in un classico palcoscenico). La commedia è stata scritta interamente da Goldoni in veneziano per cui i sopratitoli in italiano sono stati utili per godere appieno la “parola” oltre che il semplice svolgimento scenico. Utili a tutti tranne a una limitata schiera di intellettuali (?) very snobbish.

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