“Le Sacre” di Virgilio Sieni. Una ‘sagra’ pacatamente pittorica

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Foto di Rocco Casaluci
Foto di Rocco Casaluci

Sorride Virgilio Sieni e non potrebbe essere altrimenti. La Biennale di Venezia lo ha riconfermato alla guida del Settore Danza per l’anno 2016 dopo il successo della triennalità direttiva conclusa pochi mesi fa. Un bel colpo per questo “geniaccio” della danza contemporanea che con incredibile acume ha allargato i confini espressivi del linguaggio del corpo coinvolgendo professionisti e dilettanti, fra cui bambini, adulti, anziani, e aperto nuove strade.

Anche nella sua Firenze con la rassegna “Umano. Cantieri internazionali sui linguaggi del corpo e della danza” il nostro Virgilio non si smentisce e nell’aurea cornice del Teatro della Pergola presenta la propria interpretazione della Sagra della Primavera. Un capolavoro nato nel 1913 su coreografia del grande Nijinskij, e musica del geniale Stravinskij, che ha segnato la storia dell’arte tersicorea del Novecento ispirando fedeli riprese o singolari riletture a conferma della novità contenutistica e formale di questo balletto. Un vero classico che come tutti i classici – diceva Calvino – “provoca incessantemente un pulviscolo di discorsi critici su di sé”, nel nostro caso un congruo numero di rimesse in scena, “ma continuamente se li scrolla di dosso”.

E così dopo il debutto al Theatre des Champs-Elytsées di Parigi nel 1913 e le successive versioni di Massine, Grahm, Béjart, Neumeier, Bausch, Preljocaj, Bigonzetti, Rizzo, Shen Wei (solo per citarne alcune) , anche Virgilio Sieni ha voluto dire la sua secondo il suo stile e la sua poetica.

Questo Sacre ‘seniano’, la cui prima risale a marzo 2015 nell’ambito della manifestazione “Le pieghe del corpo” tenutasi a Bologna, ha una struttura bipartita con un Preludio animato da un sestetto femminile su le note dal vivo del contrabbassista Daniele Roccato, seguito dalla Sagra corale su partitura registrata di Stravnskij.

Nel Preludio queste figure femminile tutte nude e in penombra si agitano, si muovono nello spazio disegnando linee rette, grovigli di corpi delicati eppure forti, creano infinite figurazioni che dal basso salgono verso l’alto in nome e per conto di quella poetica del gesto così cara a Sieni e ai suoi estimatori.

Poi nello stesso spazio umbratile, privo di arredi scenici e delimitato da pareti scure con le tavole del palcoscenico di colore rosso, undici interpreti (sei donne e cinque uomini) in calzamaglia color carne, eccetto l’Eletta in fuseaux rossastri, iniziano ‘una danza di figure’ plastiche. Figure che si snodano in un turbinio di passaggi e di prese accompagnati dalla musica di Stravinskij e in cui il “sacrificio” dell’Eletta appare solo come motivo coreografico e non narrativo.

Sieni sembra quasi volontariamente non considerare la dimensione tellurica della Sagra di Nijinskij per mettere una sorta ‘sordina’ alla partitura coreografica specie quando l’incalzare della musica dovrebbe portare ad un stravolgimento fisico ed emotivo del danzare scenico. Virgilio allora preferisce sedare, smorzare i toni per trasformare la Sagra in una mise en espace in cui quello che conta è rendere visivamente pittorico il gesto e il movimento dei più che bravi e applauditi ballerini della Compagnia Virgilio Sieni Danza.

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