“MAY B” di Maguy Marin. Coreografia ispirata all’opera di Samuel Beckett

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Foto di Agathe Poupeney
Foto di Agathe Poupeney

Buio. Silenzio. Dieci corpi entrano in scena. Stracci bianchi addosso e volto coperto di biacca. Si posizionano ognuno nel loro piccolo spazio, ognuno nel posto che devono occupare, nel palco e forse anche nella vita. E rimangono lì, immobili mentre le note iniziano a invadere il teatro, sollecitando un senso di attesa che cattura lo spettatore fin dal primo minuto. MAY B, andato in scena all’Arena del Sole di Bologna nell’ambito di Vie Festival 2015, è una creazione della coreografa francese Maguy Marin, ispirata al mondo di Samuel Beckett, ed entrata nella storia della danza contemporanea con il merito di creare un linguaggio, uno stile, unico e inconfondibile. Infatti, dopo ben 34 anni di repliche, questo spettacolo ha ancora moltissime cose da raccontare e incolla intere platee sulle poltrone.

Andato in scena per la prima volta ad Angers nel 1981, MAY B, che all’epoca suscitò non pochi scandali, è riuscito a superare indenne la prova del tempo, diventando, dopo più di 700 repliche in diversi continenti, un grande classico della danza. Ed è proprio l’atmosfera del grande scrittore, drammaturgo, poeta Samuel Beckett a dare lo spunto alla coreografa francese per questo spettacolo che, proprio come tutti gli scritti di Beckett, può essere definito un manifesto di anti-bellezza, dove goffaggine, bruttezza, fragilità, insicurezze vengono messe in scena in modo ironico e tragico, e dove l’atmosfera teatrale restituisce un’opera cruda e reale che però si intreccia con l’estetica della danza e della coreografia che è armonia, perfezione, bellezza.

Stasi e movimento. Silenzio e musica (musiche originali di Franz Schubert, Gilles de Binche, Gavin Bryars). Ironia e drammaticità. Opposti che si cercano, si sfiorano in un incedere fatto di progressi e regressioni in cui il corpo viene rappresentato non tanto come un veicolo, ma come un ostacolo, un impedimento, un gravame da cui affrancarsi. Tuttavia questi corpi, grassi, magri, alti, bassi, giovani, anziani, con la loro forza non rinunciano a stare al mondo, seppur con tutti i limiti, e non rinunciano a cercare continuamente un modo per sentirsi reali, vivi, nel vano sforzo di esserci non con inerzia, ma come persone non indifferenti al proprio esistere, che intendono occupare il loro spazio. Ed è proprio questa fisicità, raccontata da Beckett, che permette alla danza pensata dalla Marin di esprimersi attraverso una miscela di ironia e tristezza, che è propria della vita, quella vera, quella quotidiana, quella in cui ognuno deve lottare per esistere.

I dieci protagonisti, figure simili a larve umane inscenano situazioni grottesche, violente e angoscianti. Un susseguirsi di azioni che ci conducono anche dentro gli impulsi più intimi e istintivi dell’uomo, come le pulsioni sessuali, che emergono dalle cavità più profonde del corpo, in un racconto esplicito e osceno che apre un varco nella rete di falsi valori e credenze.

In questa danza della reiterazione, che va da gesti infinitamente piccoli a gesti infinitamente grandi, che esplora opere di Beckett come Aspettando Godot, Finale di partita, Va e vieni, ecc., si esprime il paradosso della vita, che si può anche riassumere con le parole del grande drammaturgo irlandese “Hai mai provato? Hai mai fallito? Non importa. Prova ancora. Fallisci ancora. Fallisci meglio.”

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