Milite Ignoto, Mario Perrotta regala una serata indimenticabile

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fotoQuello scritto ed interpretato da Mario Perrotta all’ITC Teatro di San Lazzaro è uno spettacolo al quale si dovrebbe dare la massima diffusione. “Milite Ignoto” andrebbe proposto nelle scuole perché i giovani si possano calare nella ferocia e nella crudezza della guerra; dovrebbe andare in scena nei laboratori di teatro perché è la dimostrazione del vero talento autoriale ed attoriale che trasmette conoscenza, emozione e trasporto con il semplice uso della voce, muovendo solo le braccia mentre le gambe restano ferme e la posizione immutata per circa un’ora e mezza. E dovrebbe essere trasmesso in TV in prima serata da una rete nazionale, al posto di quella robaccia che ci propinano, tra programmi spazzatura e fiction scandalose in cui “compaiono” “personaggetti” che, pur diventando delle ricche celebrità, dell’attore non hanno niente e ne usurpano l’arte, disconoscendone qualsiasi significato.

Va dato atto che “Milite Ignoto” di Mario Perrotta è stato scelto da Radio 3 Rai per il centenario della Grande Guerra ed ha ricevuto il riconoscimento della struttura di missione per il Centenario della Prima Guerra Mondiale – Presidenza del Consiglio dei Ministri. A mio parere non è abbastanza.

In questo testo bellissimo e ricco di contenuti, l’attore, regista e autore di origini pugliesi non solo racconta la storia della Grande guerra, ricostruendo eventi e circostanze politiche, ma lo fa dal punto di vista degli ultimi, dei più deboli e dei racconti dei sopravvissuti, trasportando la platea nell’atmosfera cupa e disperata dei combattimenti. Da solo, si fa interprete di tanti personaggi e delle loro storie. A suo parere, la Prima Guerra Mondiale “è stato l’ultimo conflitto in cui al milite veniva riconosciuto un valore anche nel suo agire solitario; già alla fine del conflitto e poi in quelli successivi il milite divenne “ignoto”, nel senso di dimenticato, e privato anche di un nome e cognome che ne ricordasse il valore”.

La scena si apre, si svolge e si conclude con Perrotta seduto su un ammasso di sacchi, come quelli che si usavano per proteggere le trincee e per nascondersi dal nemico. Poca luce, qualche sporadico suono, nessun coprotagonista, solo lui, il suo volto poliedrico e la voce che si trasforma in tante voci e in tanti dialetti di giovani, spesso minorenni, che venivano mandati allo sbaraglio in nome di un’idea di Stato e di giustizia che non ha niente di giusto. La voce riproduce anche i rumori e le esplosioni, le braccia mimano gli scoppi e le baionette puntate per uccidere. Tutto è straordinariamente credibile.

L’artista rimane seduto su quei sacchi per tutta la durata dello spettacolo, muove solo la parte superiore del corpo e recita un testo ricchissimo di dettagli, di pathos e di lucida disperazione. Sembra stia recitando un’intera compagnia, come in un vero e proprio film pieno di protagonisti. Ogni dialetto traccia la personalità, la cultura e l’universo interiore di un milite proveniente dalle varie parti d’Italia: Veneto, Puglia, Trentino, Campania, Sicilia e ne rivela le fragilità, le paure, la rabbia per dover adempiere ad ordini insensati impartiti da ufficiali che non rischiano niente in prima persona.

Nella frase “Sono tutti e nessuno, sono il milite ignoto” si riassume il significato dell’opera. Per “tutti” si intende, probabilmente, il combattere per la causa nazionale e la solidarietà che si instaura nelle trincee alla base delle quali c’erano cadaveri putrefatti, escrementi e odore di morte. Ma si è anche “nessuno” perché il conflitto ammazza anche le individualità fino a trasformare questi figli, fratelli, mariti e padri in “ignoti”.

Pur avendo perso qualche ricostruzione storica del racconto perché bisogna avere una conoscenza anche didattica della storia mi è arrivato, fortissimo, il messaggio sulla guerra che non serve a nessuno e, soprattutto, non serve ai deboli che, come dice l’Autore, diventano “semplici ingranaggi del meccanismo e non più protagonisti eroici della vittoria o della sconfitta”. E credo che sia proprio il messaggio la cosa importante perché il teatro deve fare questo: raccontare storie e indurre alla riflessione. Per dirlo con le parole di Perrotta questo è il compito del teatro, o almeno del mio teatro: esaltare le piccole storie per gettare altra luce sulla grande storia”. 

Fermati, pensa e ricorda…e poi silenzio” sono le ultime parole con cui si conclude lo spettacolo ma che hanno attivato un turbine emozionale che non abbandona e lo spettatore fa fatica ad alzarsi dal proprio posto per riprendere la propria guerra quotidiana che appare insignificante rispetto all’orrore autentico delle guerra vera.

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