Utoya

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fotoun testo di Edoardo Erba
con la consulenza di Luca Mariani, autore de Il silenzio sugli innocenti
regia SERENA SINIGAGLIA
scene Maria Spazzi

con Arianna Scommegna e Mattia Fabris

produzione Teatro Metastasio Stabile della Toscana
in collaborazione con Teatro Ringhiera ATIR

con il patrocinio della Reale Ambasciata di Norvegia in Italia

PRIMA ASSOLUTA

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Norvegia, 22 luglio 2011. Una data che è ormai persa nel dimenticatoio delle fin troppe stragi che ogni giorno i nostri telegiornali ci mostrano.

Arianna Scommegna e Mattia Fabris riportano in vita un massacro, così lontano, ma così europeo.

Ci fanno rivivere l’orrore di quel giorno, in cui un folle, dichiarato lucido di mente, ha dato sfogo alla sua fede malsana, facendo esplodere un’autobomba a Oslo, presso il palazzo del governo norvegese. Un diversivo.

Il vero obiettivo sono i 69 ragazzi uccisi a sangue freddo, con la chiara volontà di colpire il cuore del partito laburista.

Utoya, l’isola sede storica dove si riuniscono i socialisti di tutto il mondo nei loro campeggi estivi.

Utoya, isola appena distante 600 metri dalla costa norvegese, tanto che si sentono gli spari e si vedono i ragazzi che tentano la fuga via mare, eppure così lontana: Anders Behring Breivik ha avuto, addirittura, poco più di un’ora di tempo per attuare il suo folle, ma ben studiato, piano.

La regista, Serena Sinigaglia, porta in scena al teatro Magnolfi di Prato, quel dramma che colpì una silente e tranquilla Norvegia, aiutandoci a riviverlo attraverso il punto di vista dei norvegesi stessi, gente semplice e prevenuta. Un po’ come i giornalisti e la polizia locale che non si rendono conto che il mostro ce l’hanno in casa, gridando al terrorismo islamico, ma è proprio il pregiudizio nordico, nordico in senso europeo, ad aver dato sfogo alla strage.

Una strage politica, compiuta da un simpatizzante di estrema destra, armato e organizzato.

La domanda è: come ha fatto? Come è riuscito in tutto questo?

Forse in quella pacifica e isolata terra, ricreata con una scenografia semplice ma di grande effetto, da cui si intravede, tra le ombre, la foresta norvegese, possiamo trovare la risposta.

Gli attori si muovono con grande sintonia, ripercorrendo le emozioni di quella Norvegia rappresentata da tre punti di vista diversi, tanto vicini però da aiutarci a capire come la follia è stata nel non agire, nell’agire male, nel non capire immediatamente quello che succedeva e una volta compreso, nel lasciar cadere nell’oblio, una strage politica che ha annientato un’intera generazione di ragazzi, colpiti da un loro compatriota.

Il rumore del telefono che squilla è sempre più minaccioso, via via che le notizie si rincorrono, gli animi si infervorano all’idea di un atto islamico, ma quando Anders Behring Breivik si consegna, placido, alla polizia, tutto ritorna silente e ipocrita, come se questo non fosse un problema europeo, come se questo non fosse odio europeo e “Ciao, ciao, buonasera e poi ognuno a casa sua”.

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