La cerimonia

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Foto di Giambalvo & Napolitano

liberamente ispirato a “Le Serve” di Jean Genet

In scena un personaggio attende che il pubblico prenda posto per cominciare la sua recita: è Chiara che interpreta da subito la parte della Signora ancheggiandosi sul palco e chiamando a gran voce Solange, che farà il suo ingresso in scena impersonando a sua volta Chiara.

La Cerimonia”, liberamente ispirato a “Le Serve”, recupera la struttura del testo di Jean Genet, ma ne approfondisce l’aspetto meta-teatrale. Le due donne in scena non sono infatti domestiche, ma attrici che vivono con la Signora, una famosa attrice, e l’aiutano a preparare la memoria dei suoi spettacoli.

Le due donne amano e venerano la Signora, ma il loro è un amore malato che cela invidia e rancore per quella donna, quello che rappresenta e la vita che conduce. Una vita a calcare le scene di grandi teatri, a dare voce a eroici personaggi a ricevere applausi e ammirazione dal pubblico. Quello a cui sono destinate Chiara e Solange invece è un’esistenza anonima e frustrata, godendo solo della luce riflessa dei riflettori della diva. “È grazie a me, soltanto a me, che la serva esiste. Grazie ai miei strilli e ai miei gesti” dirà Chiara nella parte della Signora.

La cerimonia” nasce da un’esigenza (desiderio) di lavorare su un testo per il teatro. “Il teatro” diviene l’oggetto in cui i due personaggi compiono, in un rituale surreale, il loro “giuoco delle parti”, tra continui e repentini sdoppiamenti.

Anche la scarna scenografia (di Manuela Barbato che ha curato anche le luci) ricorda le quinte di un teatro: una grande impalcatura sullo sfondo, drappi rossi che diventano, all’occasione, i sontuosi abiti della Signora, qualche vestito che pende dalle grucce, un tavolino su cui sono appoggiati gli oggetti di scena e un mazzo di fiori appassiti, a monito di un destino che sarebbe potuto essere ma non è stato. Dominante è il rosso, il colore del teatro per eccellenza. Rosso è il vestito della Signora, rosse sono le scarpe che Solange, ammaliata, osserva e accarezza per poi sputarci sopra con rabbia e infine in ginocchio, in un atteggiamento di perversa sottomissione, infila ai piedi della padrona.

Chiara, avvolta negli abiti della Signora, declama Shakespeare, Goldoni, Dante e Cechov suscitando ilarità nel pubblico che attento segue l’alternarsi psicotico dell’intreccio.

Il gioco delle due donne si fa sempre più pericoloso. La finzione non si alterna più con la realtà, ma si confonde fino a coincidere con essa. Il momento di massima tensione dello spettacolo è raggiunto con il monologo finale di Solange che avvolge Chiara con il drappo rosso (trasformandola d’un tratto e per l’ennesima volta, grazie al potere che solo il teatro possiede, nella Signora) e la uccide. Sulla parete di fondo la sua ombra la sovrasta. Il rancore, la frustrazione, l’odio si sono ingigantiti a dismisura e sembrano inghiottirla. L’artificio del teatro nel teatro è svelato e finalmente si mette a nudo il trucco della scena.

Allontanandosi del volere di Genet, la regia di Carlo Benso ha saputo caratterizzare i due personaggi, rendendoli reali e vicini a noi, anche nella follia. Impostata e austera Solange (interpretata dall’energica Marina Biondi), curiosa ed esuberante Chiara (la squillante Astra Lanz, anche autrice dello spettacolo).

Lo spettacolo, non si propone di criticare l’ingiustizia sociale e la logica borghese, come aveva fatto la tragedia di Genet, ma vuole muovere una critica all’industria culturale tutta (la Signora?) che impone modelli e generi.

D’altra parte, però il titolo della pièce è “La cerimonia”, non solo il rito dunque, ma anche la celebrazione di questo mondo che contiene in sé tutti gli opposti.

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Regia: Carlo Benso

Autrice: Astra Lanz

Aiuto Regia: Pierluigi Licenziato

Scene e Luci: Manuela Barbato

Con:

Marina Biondi: Solange

Astra Lanz: Chiara

 

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