Grand Guignol all’Italiana

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fotoUna critica feroce all’Italia piccola borghese, ignorante, volgare e cattiva. Nonostante la drammaturgia di Vittorio Franceschi risalga a quindici anni fa, lo spettacolo risulta attualissimo anche oggi. Chi non ha mai conosciuto l’ipocrisia di una coppia benestante o non ha mai ascoltato frasi razziste pronunciate dal rispettabile salumiere?

A mostrare i personaggi che si alternano sulla scena è la colf della coppia, Esterina (Lunetta Savino), sensibile e romantica, che diventa il perno su cui si muove tutta la vicenda. Nasconde al signor Umberto (Umbero Bortolani), avida guida turistica, le infedeltà della moglie (Carmen Giardina), sempre pronta a dare ordini e a ricordare alla povera Esterina il suo posto in casa; la colf “magonata” riceve la proposta di matrimonio dal gretto salumiere di fiducia (Andrea Lupo) che la vede prima come cassiera della sua bottega e poi come moglie, si innamora del postino (Sebastian Gimelli Morosini), sensibile e appassionato di poesia proprio come lei, ma gay.

I cinque personaggi, tutti ben definiti sin dall’inizio, diversi e pure così simili, che nella prima parte dello spettacolo ci hanno fatto simpatia, decidono di unirsi per partecipare al concorso indetto da diversi Ministeri per il testo del nuovo Inno di Italia: in palio 20 milioni di euro. Da questo momento in poi, la vera natura della coppia e del salumiere viene fuori in tutta il suo violento egoismo. Il tema della patria è per loro sinonimo di razzismo, omofobia e fascismo. E quando scoprono dell’omosessualità del postino, i tre non si trattengono dall’aggredirlo, riversando sul giovane le proprie frustrazioni, ora più vicini che mai. Questa violenza gratuita farà venir fuori un lato sconosciuto e inaspettato di Esterina.

Lunetta Savino incarna una colf borderline che, infine, decide di rifugiarsi nel mondo della follia, probabilmente, l’unico mondo possibile. Diventa l’eroina che distrugge i cattivi, mettendo così fine al sopruso dei forti sui prepotenti, e ad un futuro destinato all’incomprensione e all’infelicità.

Una recitazione leggermente sopra le righe che segue la stessa direzione del testo: surreale, ma veritiero. La pièce non sfocia mai, però nell’invenzione. I personaggi, il loro linguaggio e le loro azioni, risultano sempre credibili. Un ritratto amaramente comico e nello stesso tempo tragico del nostro paese. Grand guignol proprio per questo: la farsa si intreccia con il tragico e il macabro, risultando, paradossalmente, grottesco.

Anche la scenografia, così come le luci e i costumi, sono realistici, per ricordarci che i personaggi che si muovono tra quelle mura, potrebbero essere intorno a noi, nella nostra casa, potremmo essere noi stessi.

Pur mantenendo la struttura classica della commedia, tipi teatrali conosciuti e storie ordinarie di tradimenti, soldi e strafalcioni, Grand Guignol all’italiana mostra il perbenismo per quello che è, critica con ironia e si prende gioco di logiche che, disgraziatamente, appartengono sempre più al Bel Paese.

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Di Vittorio Franceschi

regia Alessandro D’alatri

con Lunetta Savino

e con (in ordine alfabetico) Umberto Bortolani, Carmen Giardina, Sebastian Gimelli. Morosini, Andrea Lupo

e con la voce di Paolo Bonolis

scene Matteo Soltanto

costumi Giuseppina Maurizi

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