“La Lupa” di Giovanni Verga

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fotoUn flebile vento accarezza le spighe di grano che occupano il fondo palco del teatro Quirino. Uno ad uno, curvati dalla fatica, vengono fuori i giovani contadini che, a fine giornata, portano il raccolto a Zia Filomena (interpretata dalla brava Clelia Piscitello), seduta al centro, in cambio di qualche soldo.

Comincia così la trasposizione teatrale della celebre novella di Giovanni Verga, La Lupa, con la regia di Guglielmo Ferro.

È una messa in scena per alcuni aspetti contemporanea e non soltanto per la scelta del lessico, quasi completamente in italiano. Lo spettacolo si divide in due brevi atti, le scenografie (curate da Françoise Raybaud) predilige gli esterni, rappresentati da un campo di grano maturo, causa di fatiche, ma anche di speranze per un futuro migliore. Questo è il luogo in cui la Lupa fa il suo ingresso e confessa a Nanni la sua passione ed è sempre qui che la Lupa troverà la morte, nell’ultimo tentativo di sedurre il giovane.

Gli interni non sono tradizionali, non c’è lo spazio della casa, ma, oltre al proscenio,un piccolo ingresso a sinistra del palco che ricorda quello di una tana in cui i personaggi entrano ed escono.

I personaggi, lontani dai caratteri rassegnati e bestiali dello scrittore verista, sono giovani speranzosi e scherzosi. Persino Zia Filomena, l’anziana che ha sulle spalle l’esperienza di una vita nei campi, è sempre sorridente. Gli attori hanno reso bene il cambiamento di registri che si alternano durante lo spettacolo, nonostante la recitazione in certi momenti risulti troppo “caricata”.

Anche Gnà Pina, soprannominata la Lupa, fa il suo ingresso dal campo di grano e raggiunge il palco, vestita di nero e di rosso, come a ricordare il suo destino di passione e di morte, fiera e sicura. Lina Sastri, sin dal suo ingresso, catalizza l’attenzione degli spettatori e dei personaggi, riempiendo la scena con la sola presenza. La sicurezza della Lupa, però, non dura molto. Da lì a poco, infatti, mostrerà la sua fragilità. Questo è sicuramente l’elemento che più di tutti rompe con la visione tradizionale della Lupa. Lina Sastri ha voluto rendere l’anima a un personaggio così duro e feroce. Soprattutto nel primo atto, quando intona struggenti canzoni d’amore (bellissime le musiche di Massimiliano Pace), riconosciamo la sua umanità e la sentiamo vicina come donna e come essere umano. La sua è una passione piena di inquietudine e a dirlo è proprio lei: “io non ho fatto male a nessuno, l’ho fatto solo a me stessa, al mio cuore che non conosce che tormento.

La competizione madre-figlia e la contrapposizione tra le due donne, è sottolineata dagli abiti: bianco e azzurro quello di Mara, nero e rosso quello della Lupa. Mentre la Lupa resterà fedele alla sua passione fino all’epilogo, pagando con la morte, Mara rivelerà il suo vero carattere solo alla fine. Da ubbidiente e sottomessa alla madre, una volta sposa, arriverà a scagliarsi contro di lei gridando all’abominio. Anche Nanni assume una valenza nuova in questo spettacolo. Non è il giovanotto che non ha altro obiettivo se non la “robba”, ma un uomo che sogna un futuro prospero e dignitoso e cede alla Lupa per semplice debolezza umana.

La Lupa di Lina Sastri non è una mangia uomini spietata, quindi, ma una donna passionale, che rivendica la propria femminilità, ma che è anche tormentata, debole e fragile. E il pubblico, senza ammetterlo, tifa per lei.

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Compagnia Molière
Associazione Culturale ABC

di Giovanni Verga

con Lina Sastri

e con Giuseppe Zeno
scene e costumi Françoise Raybaud
musiche Massimiliano Pace
regia Guglielmo Ferro

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