Sandro Veronesi in “Non dirlo. Il Vangelo di Marco”

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Foto di Luca Del Pia
Foto di Luca Del Pia

Monologo di Sandro Veronesi

tratto dall’omonimo libro pubblicato da Bompiani

nuova produzione Teatro Metastasio Stabile della Toscana
in collaborazione con Fosforo

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È sul palco del Fabbricone a Prato che Sandro Veronesi presenta il vangelo di Marco.

Un vangelo diverso dagli altri, un vangelo ricco di espedienti letterari, effetti speciali, colpi di scena.

Veronesi, circondato dal buio e dal nulla, viene solo accompagnato da un leggio, e da un fascio di luce che delicato e caldo illumina entrambi.

Solo alla fine si capirà il senso di quel nulla, solo alla fine si verrà colpiti dalla dolcezza di quella luce e dalla forza di quel leggìo.

Ma per tutto il lungo monologo, Veronesi scorre ogni versetto di Marco, raccontando la personalità dell’autore attraverso ciò che ha scritto.

Lo spettatore è immerso, come fosse al cinema, in una serie continua di immagini, azioni, personaggi che lo catapultano non solo all’epoca dell’evangelizzazione di Gesù, ma soprattutto, durante il periodo in cui è Marco a dover prendere le redine di evangelizzatore, in una Roma spietata e nemica dei cristiani.

Ed ecco che il pubblico si sente coinvolto, anzi diventa proprio quel pubblico romano in attesa di scoprire cosa accade nel racconto di Marco; perché quello di Marco sembra essere proprio un racconto, stilisticamente rivoluzionario e ben studiato, di quella verità, che lui e Pietro hanno vissuto, il cui potere e fine ultimo è la conversione di Roma.

Veronesi, come un critico cinematografico, penetra nel cuore del vangelo e dispiega ogni dettaglio stilistico, tirando fuori l’anima western e tarantiniana di un evangelista attento all’azione più che ai discorsi. Poche parole, quelle di Gesù, ma chiare come il “Non dirlo”, dopo aver compiuto un miracolo. Non dirlo, perché non ti crederanno, non dirlo perché non capiranno, ma dillo che è avvenuto un miracolo, ed ecco la fama di Gesù cresce, il potere della conversione che si manifesta nelle azioni e non nella parola.

E come un giallo, di cui se ne conoscono già i dettagli, lo spettatore segue l’avventura di questo eroe solitario, che solo con l’azione finale di sacrificio svela tutta la sua grandezza.

Il sacrificio salvifico di un innocente che Marco racconta ai romani di Roma, la potenza mondiale dell’epoca, con un tale pathos, tanto stringente da penetrare dritto al cuore, come una lama di luce che entra in una stanza buia e distrugge il nulla.

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