Due dozzine di rose scarlatte

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fotoIl Teatro Prati, nell’omonimo quartiere, è il teatro umoristico della capitale, dove ogni spettacolo è un successo di pubblico e rimane in scena per un paio di mesi; sono infatti solo quattro i titoli in cartellone fino alla chiusura della stagione.

Nato nel 1998 per iniziativa di Fabio Gravina, direttore artistico e capocomico della Compagnia impegnata in tutta la programmazione, rappresenta un appuntamento imperdibile con la risata, quella che sgorga spontanea e genuina, suscitata dalla comicità delle situazioni e dell’intreccio degli equivoci.

Dopo aver proposto per anni la commedia napoletana che ben si attaglia alle sue origini campane e alle sue corde recitative, Gravina ha deciso di esplorare un repertorio più vasto, cambiando la linea artistica per attingere alla commedia italiana brillante, con la nuova stagione caratterizzata dal titolo “Qui si raccontano storie”.

E ogni sera, instancabilmente, racconta storie intrise di sentimenti, ironia, trasalimenti, dubbi, intrighi, disvelamenti e, tutto ciò che di imprevedibile si intreccia ogni giorno con la vita.

La stagione si è aperta con “Due dozzine di rose scarlatte” di Aldo De Benedetti ancora in scena, prosegue con “I soldi non servono a niente” di Nino Marino, da febbraio “Lo sbaglio di essere vivo” di Aldo De Benedetti e si conclude con una novità assoluta dello stesso Gravina “Un due tre … stella!”, che firma tutte le regie.

Commedie vecchie e nuove che trattano le dinamiche di coppia, di oggi e di ieri, in un excursus di mode e costumi.

C’era un tempo, infatti, in cui gli uomini esprimevano con le rose il proprio interesse discreto a una signora. Due dozzine di rose scarlatte, appartenente al filone dei “telefoni bianchi”, è stata scritta da De Benedetti nel 1936 per Vittorio De Sica e Giuditta Rissone, con un impianto narrativo che esalta il tacito gioco di coppia, arguto e sottile, privo di cedimenti ancora oggi dopo 80 anni.

Una moglie desiderosa di evasione, un marito che intende godersi qualche momento di libertà, l’amico di lui compiacente e talvolta sprovveduto. Ognuno, a suo modo, vuole sognare e gratificarsi, senza darlo troppo a vedere, assecondando le proprie debolezze per placare le tacite insoddisfazioni.

Un testo ben congegnato, fatto proprio da un cast di attori affiatati e bravissimi che ci restituiscono uno spaccato di vita di una coppia borghese un po’ annoiata con un linguaggio leggero e arguto, e anche malinconico, alieno da qualunque grossolanità (oggi purtroppo siamo assuefatti al turpiloquio che scatena crasse risate!).

Gravina, con la sua stazza fisica, l’atteggiamento attonito e il tono smarrito suscita risate al solo apparire. Giuseppe Cantore è l’amico avvocato, insostituibile spalla. Arianna Ninchi, bella e altera, si ammanta di mistero, elegantissima con i costumi d’epoca di Paola Riolo. Il salotto borghese anni ’40 con la carta da parati a strisce, scenario della vicenda, è disegnato da Francesco De Summa.

Nel finale tutto si ricompone e Mistero acquisirà un’inaspettata fisionomia.

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