“Il lavoro di vivere” di Hanoch Levin

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Foto di Fabio Artese
Foto di Fabio Artese

Prima di parlare della commedia “Il lavoro di vivere” opera feroce del drammaturgo israeliano Hanoch Levin (Premio Bialik 1994) voglio togliermi il pensiero che mi ritorna di tanto in tanto dopo aver visto lo spettacolo. Premetto che considero Andrèe Ruth Shammah una donna vincente, abilissima imprenditrice (basta vedere cos’è diventato in pochi anni il teatro Franco Parenti da multisala a centro culturale polivalente) e regista impegnata, bravissima e tignosa fra le più rappresentative del panorama teatrale italiano. Ma parliamo della commedia che, come ha detto Carlo Cecchi è “all’insegna del sarcasmo più feroce”, uno spettacolo dove l’intensità drammaturgica viene stemperata da un velo di ironia e dall’abbozzo di un sorriso.

Nella piccola sala del teatro gli spettatori guardano da vicino come in un ring la lotta al massacro che due sposi di mezz’età (Yona e Lerviva) giocano nella loro stanza da letto a notte fonda. Yona non riesce a prender sonno, dopo trent’anni di matrimonio la sua sopportazione è al limite, sveglia la moglie e la investe di accuse, di volgarità, la insulta, l’apostrofa “inutile animale”. Nella cruda, feroce delirante volontà di demolire il passato Yona si incanaglisce con freddo cinismo su tutti gli aspetti della vita in comune, non ne salva uno e “imputa alla moglie la causa di questa deriva esistenziale”. Lerviva risponde incredula, cerca di argomentare, di ricucire, ma ormai i freni culturali del marito hanno mollato e la residua maschera dell’ipocrisia è caduta. I problemi di coppia, di convivenza coatta vengono fuori senza ritegno. Non c’è attrazione né compassione solo noia che si trasforma in odio. Ma Leviva, quando capisce che tutto è perduto, ribatte colpo su colpo, riprende le accuse e le smonta con fredda determinazione e attacca sdegnata e sferzante, poi sembra cedere al ricordo di un passato felice con la sottesa richiesta estrema di essere presa per mano. Ma Yona è deciso ad andarsene, si veste, fa la valigia, ma l’intervento dell’indiscreto amico Gunkel, che viene nel cuor della notte col pretesto di chiedere un’aspirina (in realtà per fuggire da un’insopportabile solitudine) spaventa Yona che non trova ormai nessun motivo né per partire, né per restare. Di lui rimane forse soltanto il ricordo che la persona amata conserverà dopo la morte.

Si insinua un precario senso di straniamento, ma è più grottesco che tragico, è intriso di poetica ironia. Le forme espressive sono scarne ed essenziali, a testimonianza di un sentimento dell’esistenza fondamentalmente negativo e disperato in cui la vita dell’uomo pare esaurirsi in un girare a vuoto di parole e di gesti.

La caratura drammaturgica di quest’opera è accompagnata da una classica semplicità di azioni, la vicenda è raccontata con una scrittura veloce, un ritmo teatrale equilibrato grazie alla perfetta regia della nostra Shammah e una profonda analisi psicologica dei personaggi. Carlo Cecchi, nello sviluppo dialogico recita la sua parte con gli accenti che gli sono congeniali, si sente cioè l’attore impostato che recita le sue battute. Recita appunto. L’attore dovrebbe a mio avviso mascherare la finzione, far credere allo spettatore che è il personaggio che parla non l’attore che finge di essere il personaggio. Cosa che riesce in modo naturale ai bravissimi Fulvia Carotenuto (Lerviva la moglie) e a Massimo Loreto (l’amico Gunkel) ingiustamente sottovalutato, addirittura dimenticato dalla critica.

La scenografia è curata da Gian Maurizio Fercioni, i costumi da Simona Dondoni, il disegno luci da Gigi Saccomandi, le musiche da Michele Tadini.

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