Il più bel secolo della mia vita

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fotoUna paradossale legge dà vita a una paradossale storia raccontata da Francesco Montanari e Giorgio Colangeli

Di Alessandro Bardani e Luigi di Capua

Con Giorgio Colangeli e Francesco Montanari

e Maria Gorini

Regia Alessandro Bardani e Luigi di Capua

Scene Gaspare De Pascali

Costumi Laura Di Marco

Musiche Deserto Rosso e Vittorio Giannelli

Fotografie di scena Alessandro Montanari

Aiuto scenografo Emanuela Netta Brandizzi

Produzione Casanova Teatro

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Prima di vedere Il più bel secolo della mia vita ignoravo, come molti italiani, l’articolo 28 della legge 184 del 1983.

Probabilmente avrei continuato a ignorarlo per il resto della mia vita se non fosse stato per il testo di Alessandro Bardani e Luigi di Capua.

Francesco Montanari è in scena ma le luci non si abbassano: siamo a una riunione della F.A.E.G.N. Figli adottivi e genitori naturali – un’associazione che si batte affinché l’assurda legge che vieta ai figli adotti non riconosciuti alla nascita di poter conoscere l’identità dei genitori naturali se non al compimento del centesiamo anno di età.

Giorgio Colangeli interpreta un N.N. centenario sempre aggiornato sulle ultime tecnologie e tremendamente social che nel giorno del suo centesimo compleanno può finalmente accedere al fasciolo con le informazioni riguardanti i suoi genitori naturali. Francesco Montanari proietta il desiderio di conoscere le proprie radici sull’attempato signore e lo accompagna alla ricerca delle sue origini in un viaggio ricco di avventure e colpi di scena…ottenere il diritto di conoscere il nome della propria madre biologica diventa una sfida contro le istituzioni e una corsa contro il tempo e la minaccia della morte.

Le norme italiane impongono un assoluto riserbo che rende praticamente impossibile infrangere il muro di silenzio che circonda l’identità dei genitori naturali.

E l’ordinamento italiano considera, di regola, prevalente la scelta del genitore di conservare l’anonimato rispetto all’interesse del figlio di conoscerne l’identità; i fratelli di culla – di cui Montanari è un rappresentante – si battono affinché una parte dell’attuale legge in vigore venga modificata.

Lo spettacolo oltre a divertire, informa. Sono tornata a casa con un sorriso sul volto e una domanda in più in testa: Perché l’Italia si ostina a non rivedere/ abrogare l’articolo 28 della legge 184 del 1983?

Sicuramente, l’attuale legge dà la possibilità al genitore naturale di non ritrovarsi faccia a faccia con il proprio doloroso passato e con le decisioni prese, ma a che prezzo? 

In Francia di fronte alla richiesta del figlio viene attivata una procedura per informare la madre e consentirle di ripensarci. In  Germania si sta per approvare una nuova disposizione: le vere generalità della madre saranno conservate presso un’agenzia, a cui i ragazzi e le ragazze adottati potranno accedere compiuti i 16 anni. In Spagna, Inghilterra e Svezia sono generalmente i servizi sociali che rintracciano la madre biologica e, solo nel caso in cui lei sia consenziente, forniscono le informazioni all’adottato.

E in Italia? In Italia, ad esempio si potrebbe almeno pensare di fornire a chi ne fa richiesta, gli «elementi non identificativi della famiglia naturale» così da iniziare ad avere alcune informazioni, tutelando al contempo la segretezza della madre. A maggior ragione nei casi di patologie, la richiesta di informazioni dovrebbe essere soddisfatta circa l’identità genetica.

La soluzione ideale  sarebbe quella di accogliere in Tribunale sia le richieste dei figli che cercano informazioni sia le disponibilità ad essere rintracciate delle madri che ci hanno ripensato. Solo nei casi in cui le disponibilità ad incontrarsi tra madre e figlio combacino, il Tribunale dovrà occuparsi di mettere in contatto le parti e di accompagnare l’incontro.

Per molti non è importante conoscere “chi mi ha abbandonato”, ma è necessario sapere  “perché mi hanno abbandonato”. Non si cerca cioè la genitrice per conoscerla, ma la si cerca per farsi raccontare “come mai non mi ha tenuto con sé.

La legge 149 del 2001, che regola le adozioni e contiene le modifiche a quella precedente, la 184 del 1983, non consente alla persona adottata di risalire ai propri familiari; si possono richiedere informazioni una volta compiuti 25 anni se si è stati riconosciuti alla nascita e dati in adozione per i più svariati motivi successivamente. 

Ma la legge 184 è appunto del 1983, quando internet  non esisteva ancora. Oggi tramite i social network capita sempre più spesso che le persone si ritrovino o si riconoscano. Succede anche che genitori e figli e fratelli si riuniscano, almeno virtualmente. Di fronte a questa nuova possibilità incontrollabile, la legge 184 appare ormai vecchia. Passare attraverso i documenti e il Tribunale con l’aiuto e l’assistenza di personale qualificato è sicuramente auspicabile, piuttosto che affidarsi al fai da te dagli esiti incerti di Facebook  e degli altri social network.

Un’obiezione che viene sempre fatta davanti a queste proposte è che togliendo l’anonimato aumenterebbero gli aborti e gli abbandoni dei minori in condizioni di non sicurezza. Davanti ai cassonetti, per intenderci.  Ma le associazioni come la F.A.E.G.N. non chiedono la revoca dell’anonimato, inoltre nei paesi in cui non esiste la possibilità di partorire in anonimato, come la Germania o la Svizzera, non ci sono dati che confermano una maggiore incidenza dei casi di aborto.

Piuttosto, bisognerebbe aiutare le donne a tenerli i bambini, fornire assistenza, anche psicologica, a chi non può permettersi di crescere un figlio.

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