“La Bottega del caffè” da Carlo Goldoni

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Foto di Roberto Rognoni
Foto di Roberto Rognoni

La preposizione “da” scritta dopo il titolo di una commedia generalmente mi dà sconcerto. Ricordo una “Bottega del caffèda Carlo Goldoni messa in scena da Paolo Giorgio e Tiziano Turci dove si agitavano, in un gioco al massacro, un microcosmo di bari, magnaccia, prostitute, violenti, ricattatori, prepotenti infoiati di sesso. Una sentina di umanità.

Vado quindi al teatro Leonardo con una certa apprensione anche se conoscendo bene Quelli di Grock sono certo di quello che sarà l’esito dell’avventura. Dopo questa premessa arrivo subito alla conclusione. La carissima Valeria Cavalli, che ha curato la drammaturgia, è riuscita ancora una volta (senza tradire il Goldoni che anzi pare sia uscito dalla tomba per applaudire) a imbastire un piccolo capolavoro. Una geniale, fedele trasposizione della vicenda in uno spettacolo dove diversi linguaggi teatrali vengono messi nel frullatore il cui output è un sorprendente bellissimo musical. Cosa si vuole di più? Tutto il resto è …gioia. Le bellissime e funzionali musiche di Gipo Gurrado (eseguite dal Khora Quartet) e i testi delle canzoni evocano le note del Cabaret di Bob Fosse e le ballate di Kurt Weill.

Invece che nel campiello veneziano l’azione si sviluppa in una specie di baraccone pieno di luci e richiami al vizio del gioco d’azzardo da parte di un imbonitore vestito come si addice al Mangiafuoco di turno. Goldoni fustiga i costumi di una comunità dominata dall’avidità di denaro, dall’ipocrisia, dalla maldicenza, dall’invidia, dallo spirito libertino. Nella versione di Quelli di Grock si dà maggiore attenzione al disturbo del comportamento, alla dipendenza dal gioco nelle sue varie declinazioni che oggi sono moltiplicate dai giochi on line. In scena vengono rappresentati i nobili aridi e intriganti (Don Marzio), i mercanti bari e truffatori (Pandolfo), i giovani senza carattere, seduttori da tre soldi (Eugenio), avventurieri senza scrupoli (conte Leandro), il furbo cameriere (Trappola). In questo contesto le donne sono furbe, opportuniste. Il personaggio del napoletano don Marzio merita una riflessione: il carattere negativo che risulta dal testo (campione della maldicenza e del pettegolezzo) è attenuato – suo malgrado- dalla funzione in qualche modo positiva, di amaro osservatore del costume e stizzoso denunciatore di verità sgradevoli. L’unico personaggio veramente positivo è Ridolfo, il padrone della bottega del caffè, che (nella veste del deus ex machina) alla fine mette tutte le cose al loro posto, sistema la morale, sconfigge la maldicenza, rabbercia alla meglio i matrimoni in crisi. Qui termina Goldoni, ma Valeria Cavalli non ci sta, guarda con occhio severo la sindrome comportamentale cui oggi sono soggetti vecchi e giovani e amaramente ma realisticamente (perché così va il mondo) non crede alla catarsi. Tutti riprendono a giocare come se niente fosse accaduto.

Bravissimi tutti gli interpreti: da Pietro De Pascalis, Gaetano Callegaro, Jacopo Fracasso, Cristina Liparoto, Andrea Robbiano, Roberta Rovelli, Simone Severgnini, Daniele Turconi, Debora Virello

Le scene e il disegno luci sono curate da Claudio Intropido che firma anche la regia con Valeria Cavalli. Belli e funzionali i costumi di Anna Bertolotti.

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