OPER.A 20.21 – A Hand of Bridge & Trouble in Tahiti

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Foto di Luca Ognibeni
Foto di Luca Ognibeni

A Hand of Bridge

Opera in un atto

Libretto: Gian Carlo Menotti

Traduzione ritmica: Paul Esterhazy

Musica: Samuel Barber

Personaggi e interpreti:

Geraldine: Jennifer Porto

Sally: Sandra Maxheimer

David: Toby Girling

Bill: Patrick Vogel

***

Trouble in Tahiti

Opera in un atto

Libretto: Leonard Bernstein

Traduzione ritmica: Paul Esterhazy

Musica: Leonard Bernstein

Personaggi e interpreti:

Dinah: Jennifer Porto

Sam: Toby Girling

Jazz-Trio: Sandra Maxheimer, Patrick Vogel, Felix-Tillmann Groth

Direzione musicale: Anthony Bramall

Regia: Patrick Bialdyga

Coreografia: Friedrich Bührer

Scene: Norman Heinrich

Costumi: Silke Wey

Video: Isabel Bialdyga

Drammaturgia: Cristian Geltinger

Orchestra Haydn di Bolzano e Trento

Nuovo allestimento, coproduzione Oper Leipzig e Fondazione Haydn di Bolzano e Trento

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La stagione 2015/2016, organizzata dalla Fondazione Haydn di Bolzano e Trento, entra nel vivo di OPER.A 20.21, ambizioso e lodevole tentativo da parte del nuovo direttore artistico Matthias Lošek di sensibilizzare il pubblico al repertorio contemporaneo. A farlo saranno interpreti di fama internazionale che ci porteranno alla scoperta di titoli rari e d’indiscusso interesse musicale.

A Hand of Bridge di Barber, forse l’opera più breve che sia mai stata scritta, ipotizza in una decina di minuti possibili contorni caratteriali o plausibili vie di fuga da impicci relazionali, se non addirittura sperimentazioni bisessuali e feticismi consumistici. Trouble in Tahiti critica invece il post-war materialism e il patriarcalismo americano degli anni Cinquanta. Sam e Dinah sono ai ferri corti nella villetta di Suburbia, periferia simbolo dei self-made men, tanto decantata dal Jazz-Trio. Costretti in una home sweet home colma di ogni nuovo oggetto, inutilmente proposto come tramite di affermazione personale e sociale, tentano l’autodeterminazione senza però giungere a una conciliazione. Emancipazione e abnegazione convivono nel testo, fino al coronamento del nonsense. Roland Barthes scriverà a distanza di poco in Miti d’oggi:“L’amore-più-forte-della-gloria rilancia la morale dello statu quo sociale: non è prudente uscire dalla propria condizione, è glorioso rientrarvi. […] La felicità, in questo universo, sta nel giocare a una specie di reclusione domestica: questionari “psicologici”, aggeggi, lavoretti, elettrodomestici, passatempi, tutto il paradiso utensile di «Elle» o dell’«Express»”. Va proprio così anche nelle coppie d’oggi, quando moti di ribellione legittima risultano sovente repressi nel nome d’una nociva caparbietà sentimentale – se non d’una convenienza patrimoniale.

Il dittico approntato da Patrick Bialdyga senza soluzione di continuità funziona perfettamente su vari piani. I personaggi vengono sviluppati con attenzione, vuoi per la struttura dei libretti, vuoi per l’esiguità degli stessi. Fanno da controcanto alla finzione teatrale le videointerviste di Isabel Bialdyga a coppie eterogenee per età e condizione sociale, intercalate a più riprese all’interno delle due operine. Tali documenti risultano spassosi nella loro multiforme spontaneità, come a dare una speranza alla sempre più dilagante midlife crisis. Momento topico questo che si affronta su un ring, non quadrato, ma circolare e girevole, col pubblico seduto ai lati del palcoscenico, secondo l’impianto ideato da Norman Heinrich, mentre sul fondo una radio enorme, dietro la quale si cela l’orchestra, par commentare gli eventi. La drammaturgia di Cristian Geltinger si rifà a schemi di tastabile American quality, come i coloratissimi costumi di Silke Wey e le coreografie hollywoodiane di Friedrich Bührer.

Davvero di qualità il côté artistico. La traduzione ritmica tedesca approntata da Paul Esterhazy non toglie ai libretti eccessiva musicalità. Le prestazioni dei solisti si distinguono per fraseggi appropriati e notevole respiro, sia negli attimi lirici che più propriamente musical, riusciti bene pure a livello drammaturgico – What a movie è una chicca di spensierata gaiezza. Jennifer Porto è Geraldine assai riflessiva in Barber, ma si afferma un’ottima Dinah, desperate housewife in tentata emancipazione. Sandra Maxheimer possiede un mezzo vocale interessante, versatile e sfruttato con intelligenza, sia per Sally che per girl in the Jazz-Trio. Toby Girling, Patrick Vogel e Felix-Thillmann Groth si disimpegnano assai brillantemente, dimostrando buona tecnica e immedesimazione perfetta nei plurimi ruoli.

Anthony Bramall, già alla guida dell’ Orchestra Haydn di Bolzano e Trento nel Faust dello scorso gennaio, imprime alla compagine strumentale un credibile piglio serrato e adamantino, rispettoso di un linguaggio che sta tra il jazz e il musical.

Applausi convinti per tutti da parte del pubblico, divertito ed entusiasta della serata. Appuntamento il 15 e il 17 gennaio 2016 con Lulu di Alban Berg.

 

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