Alessia Campidori: passo dopo passo a Prima Ballerina del Balletto di Milano

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fotoAlessia Campidori ha frequentato dal 2000 al 2006 la Scuola di ballo del Teatro alla Scala partecipando a numerosi spettacoli in cartellone (Lo Schiaccianoci, Sogno di una notte di mezza estate, Excelsior) e allo spettacolo 506 di Emanuela Tagliavia, docente dell’Accademia meneghina. Ha seguito vari ed importanti stage con maestri internazionali e si è diplomata nel giugno 2008 al Corso di Perfezionamento della Scuola di Danza e Teatro al Carcano di Milano, partecipando inoltre ai numerosi spettacoli ed eventi. Lavora con il Balletto di Milano dal 2008 dove da subito ha ricoperto ruoli solistici e di primo piano in tutte le produzioni diventando poi “Prima Ballerina”. Nel 2011 ha debuttato nel ruolo di Cenerentola nell’omonima produzione, firmata da Giorgio Madia. Oltre alle produzioni con il Balletto di Milano, tra cui le recenti “Carmen” ed “Anna Karenina”, partecipa spesso a serate di Gala in qualità di Ballerina Guest.

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Cara Alessia, sapevi fin da piccola che volevi fare la ballerina da grande?

Beh da piccola era più un sogno, crescendo ho acquisito più consapevolezza, capendo che per me la danza era diventata una vera e propria passione e che avrei voluto diventasse anche il mio lavoro ed eccomi qui!

Ti rammenti la prima volta che sei “salita in punta”, quale emozione hai provato? Come vivi il tuo rapporto con le “scarpette”? fondamentale strumento di lavoro ma per molte danzatrici anche fonte di dolore…

Certo che ricordo la prima volta ed è stato strano perché ovviamente ogni bambina che fa danza sogna di mettere le punte, ma ricordo che sì era bello ma allo stesso tempo avevo molto male ai piedi e quindi mi è sembrato stranissimo. Devo ammettere che con il tempo ho imparato ad apprezzarle anche se è inutile girarci intorno, fanno tanto male! Ovviamente rispetto all’inizio è meglio perché poi si formano i calli, ma non posso dire che siano comode!

Hai mosso i tuoi “primi passi” presso la scuola di danza “Dance Club” nel pavese. Di quel periodo quali emozioni conservi?

Ho un meraviglioso ricordo della mia prima scuola di danza, il “Dance Club” di Cilavegna. È stato il luogo dove il mio sogno ha iniziato a prendere vita e soprattutto Paola, la mia insegnante, è riuscita a trasmettermi la passione per questa disciplina senza tralasciare comunque il rigore, la disciplina e la dedizione. È stata proprio lei che all’età di undici anni mi ha consigliato di sostenere l’Audizione per entrare alla Scuola di Ballo del Teatro alla Scala e la passai.

La tua famiglia ha sempre condiviso le tue scelte in materia di danza?

Direi proprio di sì, mi ha sempre consigliato e ha sempre cercato di indirizzarmi nel modo giusto in questo cammino. La mia famiglia mi ha costantemente aiutato in tutto lasciando però che le mie decisioni le prendessi da sola, ovviamente se secondo loro stavo facendo la scelta sbagliata me lo hanno sempre detto ma la scelta è stata unicamente la mia.

Ma la tua passione per l’arte coreutica com’è nata?

La mia grande passione per la danza è nata davanti alla televisione guardando il film “Dirty Dancing”! All’età di due anni continuavo a mandare avanti e indietro la cassetta nel videoregistratore e ballavo, ma per iniziare lo studio della danza ero ancora troppo piccola. All’età di quattro anni, durante una visita medica, i miei genitori scoprirono che avevo un piede piatto e il dottore consigliò di farmi iniziare qualche disciplina sportiva, tipo danza o nuoto e allora i miei genitori mi chiesero cosa avrei preferito eseguire ed ovviamente io risposi la “danza”.

Sei l’unica in famiglia che si occupa di danza e arte?

In realtà sì. Mia zia, la sorella di mio nonno da giovane cantava, ma la passione per la danza ce l’ho solo io.

Com’è stato il tuo percorso all’interno della Scuola di ballo del teatro alla Scala? Quale aria si respirava ai tuoi tempi?

Le esperienze sono tante perché si tratta di sei anni della mia vita. Ogni anno era una scoperta, sia a livello personale sia per quanto riguarda l’apprendimento nella danza, perché per me era tutto nuovo, come dicevo prima in famiglia nessuno si è mai occupato di danza, forse proprio per questo motivo ho un bellissimo ricordo, perché era tutto inedito e da scoprire. L’atmosfera che si respirava in Accademia io la ricordo molto positivamente soprattutto perché è una scuola che ti lascia tanto a livello umano, ti viene insegnato il rigore, la disciplina e allo stesso tempo tutti nutrono un amore incondizionato verso ogni forma d’arte.

Tra tutti i tuoi maestri dell’epoca scaligera a chi sei più riconoscente? E quali compagni di corso ricordi con più tenerezza?

Sono sicuramente riconoscente a tutti i maestri che ho avuto durante il mio percorso scaligero, ma ovviamente non posso non menzionare chi di loro è riuscito a trasmettermi la sicurezza in me stessa, che è una cosa che mi è sempre mancata all’inizio del mio percorso scaligero, ma loro hanno trovato il modo giusto per farmi capire come riuscire a credere in questa cosa e sono Tatiana Nikonova ed Emanuela Tagliavia. È molto importante secondo me nella danza trovare il giusto equilibrio tra sicurezza e autocritica e loro tra le tante cose mi hanno insegnato proprio questo. Impossibile non menzionare Anna Maria Prina che è stata oltre che una grande insegnante di danza, una maestra di vita perché è riuscita a dare a noi allievi una disciplina che oltre che nella danza ti porti dietro anche nella vita di tutti i giorni, credo che direttori o direttrici come lei non ci siano più. Tra i compagni devo dire che ricordo tutti con gran tenerezza, ora ognuno ha intrapreso la propria strada e vedere ogni tanto, anche su Facebook, i loro successi e la loro crescita mi rende molto felice.

Alla Scala hai preso parte con la Scuola di Ballo allo “Schiaccianoci” e al “Sogno di una notte di mezza estate”. Com’è stato calcare uno tra i più celebri palcoscenici del mondo? Chi erano i danzatori nei ruoli principali?

Beh devo dire che la prima volta avendo undici anni, un po’ di paura l’avevo, però allo stesso tempo ero felice perché il mio sogno iniziava a prendere forma, perché in fondo è proprio quando sali sul palcoscenico che tutto si realizza infatti ogni spettacolo l’ho sempre vissuto, fin da quando ero bambina, come un piccolo traguardo. In quel periodo Roberto Bolle, Massimo Murru e Alessandra Ferri erano proprio nel pieno della loro carriera e per noi eravamo quasi in devozione, oserei dire!

Poi il tuo percorso ha preso un’altra strada, dalla Scala sei passata al Teatro Carcano? Com’è avvenuto questo cambiamento e perché?

Questo cambiamento è avvenuto perché non superai l’esame di ammissione al settimo corso in Scala e quindi provai a fare l’audizione al Carcano e Smirnova e Bestetti mi presero per l’ultimo anno al corso di perfezionamento.

Al Teatro Carcano cosa ti ha maggiormente arricchito a livello artistico?

L’esperienza al Teatro Carcano è stata molto bella, ho solo dei bei ricordi perché ho incontrato persone che hanno sempre creduto in me, anche se in molte discipline potevo avere più difficoltà rispetto ai miei compagni di corso che le facevano da più tempo, come per esempio poteva essere la tecnica Graham, però devo dire che con l’aiuto degli insegnanti sono riuscita a superare anche queste difficoltà e a diplomarmi all’età di 17 anni.

Se dovessi dire un “grazie” spassionato a qualcuno del mondo tersicoreo a chi penseresti immediatamente e perché?

Credo che se potessi ringrazierei ogni singolo esponente della danza che ha sempre dedicato anima e corpo a quest’arte, perché è solo grazie ad ognuno di loro se noi ancora oggi riusciamo a vivere di danza.

Quali sono state le più grandi rinunce nell’aver scelto di intraprendere la carriera di danzatrice?

Non parlerei di rinunce perché alla fine non posso di dire di aver rinunciato a nulla nella mia vita, nessuno può dire che sia stato o che tutt’ora sia facile, però sono felicissima e questo mi basta.

Attualmente sei la “prima ballerina” del Balletto di Milano. Per chi non conoscesse questa florida realtà nel panorama della danza come la descriveresti?

Questa è la mia ottava stagione al Balletto di Milano e sono molto contenta di far parte di questa compagnia perché qui come in poche altre viene investito principalmente sui giovani talenti che vogliono cimentarsi anche in nuove esperienze, basta pensare che nessuno di noi arriva a trent’anni di età.

Il presidente e direttrice del “Balletto di Milano” sono Carlo Pesta e Agnese Omodei Salè, cari amici e ambasciatori di Cultura. Cosa devi a loro sia a livello umano sia artistico?

Li ammiro tantissimo perché credono e puntano su noi giovani e ci danno l’opportunità di crescere giorno dopo giorno. Chi fa parte della realtà quotidiana del “Balletto di Milano” oltre ad avere la passione per la danza sposa anche il pensiero e la determinazione di Carlo e Agnese in questo progetto sempre in crescita, che unitamente alla Compagnia comprende anche il Teatro di Milano. Alla fine siamo come una grande famiglia. Inutile dire poi che continuerò a ringraziarli perché mi hanno donato l’opportunità di coronare questo mio sogno e anno dopo anno mi danno modo di crescere artisticamente. Si può dire che sono cresciuta in questa compagnia perché sono entrata che dovevo ancora compiere 18 anni e ora ne ho 25 e sono molto felice di trovarmi qui!

Scrivi anche per la rivista cartacea TuttoDanza, alla quale saltuariamente collaboro anch’io. Cosa ti attrae redazionalmente nelle “parole in danza”?

La possibilità di osservare e approfondire il mondo della danza non vivendolo dal palcoscenico.

Recentemente hai debuttato con la nuova produzione del Balletto di Milano “Anna Karenina”. Come ti sei accostata a questo personaggio letterario di così grande fascino?

Devo dire che tra tutti i personaggi che ho interpretato fino ad ora è stato il più interessante ma anche il più difficile perché durante lo spettacolo il personaggio di Anna subisce un’evoluzione soprattutto dal punto di vista psicologico, vive solo ed esclusivamente di emozioni che se all’inizio cerca di contenere poi inevitabilmente vengono fuori, a partire dall’amore per Vronskij. Quindi devo dire che è stato difficile per questo perché comunque ognuno di noi ha una parte razionale e io nella vita vivo di emozioni si ma ogni tanto devo far prevalere la mia razionalità, ecco dal momento in cui ad Anna questa parte viene a mancare è come quando togli il freno a mano ad una macchina in discesa, prima o poi va a disintegrarsi contro un muro.

Parlaci dello spettacolo sulla Karenina e del coreografo Teet Kask durante le fasi preparatorie in sala danza?

Lo spettacolo è molto fedele alla storia, ma rispetto al libro e ai film è assai più incentrato solo sulla storia di Anna. Teet è stato meticoloso nel curare i dettagli, soprattutto espressivi, in ogni personaggio, ci teneva molto al fatto che al pubblico arrivino non solo i movimenti ma anche i singoli gesti piuttosto che i vari stati d’animo che prova il personaggio in quel momento. Forse anche per questo interpretare Anna è più difficile ma allo stesso tempo bello e affascinante, perché in quel momento sul palcoscenico sono solo Anna e basta.

Tra tutti i ruoli che hai interpretato con il Balletto di Milano a quale ti senti più legata per affinità?

Guarda devo dirti che mi piace interpretare ogni singolo ruolo perché, come ti dissi già nella precedente intervista, mi piace sperimentare e attraverso ogni personaggio tirare fuori lati miei che nella vita normale non verrebbero mai fuori per questione di carattere. Quindi ti dico che non ho affinità con un personaggio in particolare, però sono molto legata al ruolo di “Cenerentola” perché è stato il mio primo ruolo in assoluto!

Nei momenti al di fuori della danza come ami occupare il tuo tempo libero?

Mi piace uscire con gli amici ma anche godermi un po’ la famiglia.

Con il “Balletto di Milano” in questi ultimi anni hai girato tantissime città italiane e paesi stranieri. Il pubblico è sempre lo stesso o hai notato e percepito sensazioni diverse?

Purtroppo devo dire che il pubblico italiano rispetto al pubblico che c’è all’estero, nel complesso è più distaccato, si lascia coinvolgere con più difficoltà, anche se in realtà dovrebbe essere il contrario perché da tutto il resto del mondo veniamo visti come un popolo caloroso, ma per quanto riguarda il pubblico del teatro non è proprio così… Devo dire che il pubblico migliore lo abbiamo avuto in Spagna, Francia e Marocco!

Qual è la città e il teatro che ti sono rimasti nel cuore durante le varie tourneé?

In tanti anni di tournée con la Compagnia fortunatamente ci sono state tante piazze di cui porto un bellissimo ricordo. Riprendendo però il mio legame particolare con il ruolo di “Cenerentola”, non dimenticherò mai il debutto al Teatro Comunale di Bologna e le recite al Teatro Carlo Felice di Genova.

La serata più memorabile a livello di successo e di entusiasmo palpabile in rimando tra platea e palcoscenico?

Senza dubbio l’anno scorso a Marsiglia! Siamo andati in scena con “La vie en rose… Bolero” e, sebbene avessimo il timore che proprio in Francia questo spettacolo potesse essere criticato, abbiamo ricevuto una standing ovation per più di dieci minuti da circa duemila persone.

Ora sei ancora molto giovane e nel pieno dell’attività ma un domani ti piacerebbe diventare un’insegnante di danza?

Mai dire mai…

A tuo avviso cosa non deve mai mancare per essere definito un “buon docente di danza” e lasciare un ricordo di professionalità e autorevolezza?

Oltre alla competenza credo sia comunque importante avere un bagaglio di esperienza sufficiente, senza dimenticare il fattore umano perché comunque si tratta di “educatori”.

Giusto citare anche Marco Pesta, tuo compagno, scenografo del Balletto di Milano oltre che collaboratore di TuttoDanza ed esperto informatico per la parte digitale della comunicazione. Quali sono le sue maggiori qualità che ti hanno conquistata?

Il fatto che sia molto altruista e sempre premuroso con gli altri, cerca ogni volta di accontentare tutti, tante volte anche a discapito di se stesso!

Raccontaci brevemente, magari con un aggettivo dedicato ad ognuno, i tuoi compagni-danzatori del Balletto di Milano?

Preferirei spendere due parole in generale dicendoti che è molto importante il rapporto che c’è tra tutti noi in compagnia per me, nel senso che essendo pochi andiamo tutti d’accordo, alcuni li reputo dei veri e propri amici e questo credo sia importante in un ambiente come quello della danza dove non è così scontato. Sono felice proprio perché l’atmosfera che c’è in compagnia è serena, sappiamo che possiamo contare uno sull’altro, almeno per me è così

Un ruolo, tra tutti i balletti del grande Repertorio, del quale saresti onorata e felice interpretare da protagonista?

Mi piacciono molto le fiabe e quindi mi piacerebbe molto interpretare “Aurora”, ma allo stesso tempo mi piacerebbe anche interpretare un ruolo da cattiva come potrebbe essere “Carabosse”.

Tra tutti i danzatori/trici del panorama attuale internazionale e italiano a chi riconosci l’eccellenza?

Dato che Silvye Guillem ha appena dato l’addio alle scene, ora come ora ti dico indubbiamente Marianela Nunez!

Secondo il tuo punto di vista, chi ha segnato la Storia della danza a livello mondiale nel passato? Il personaggio, ballerino/a o coreografo/a, che ha rivoluzionato la scena?

In assoluto i due più grandi ballerini del mondo: Nureyev e Baryshnikov. Come coreografo del passato direi Roland Petit perché comunque è sempre molto attuale e unico!

Un consiglio a tutti e tanti giovani che desiderano diventare danzatori professionisti?

Lavorare duro, non arrendersi mai e ricercare sempre la perfezione, che anche se non esiste, bisogna mirare a quella per riuscire a farcela.

Che cosa ti emoziona maggiormente?

L’attimo appena prima che si apra il sipario, in cui si mescolano tantissime emozioni diverse e gli applausi a fine spettacolo.

La prima cosa che ti colpisce in un danzatore?

La capacità di riuscire a trasmettere emozioni espressivamente avendo al contempo una forte tecnica e pulizia.

A tuo avviso cos’è cambiato nel mondo della danza, negli ultimi anni?

Credo che la danza rispetto a vent’anni fa si sia evoluta, ma allo stesso tempo non riveste più un ruolo così centrale nell’interesse popolare.

Segui i talent televisivi dedicati alla danza e alla musica?

Una volta sì, ora non più perché non ho proprio tempo!

Che ruolo gioca l’alimentazione nel tuo essere danzatrice?

Ahimé mi piace tantissimo mangiare bene, ma ovviamente alcune volte cerco di stare attenta data la mia professione!

Per concludere, un tuo pensiero per dipingere l’essenza della danza?

Credo che in realtà possano bastare due parole: “emozionare, emozionandosi”.

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