“Caligola” di Albert Camus

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fotoMai sazio di potere, quanta bramosia di raggiungere una verità assoluta in questo uomo,

Caligola; vive impavido nel suo regno assecondato da uomini schiavi della paura.

Una paura descritta in modo sublime, come può un solo sentimento spogliare l’uomo di tutte le sue remore, di tutta la sua dignità? Quanta vita nella morte trova il nostro imperatore, e perché? Il principio è la solitudine, ma non compagna di giorni, perché ci pensano i pensieri a tener compagnia all’anima turbata di questo uomo, e solo togliendo la vita Caligola riesce ad esistere, a non sentirsi solo, un’utopia questa ricerca, la quale acceca come un bagliore all’improvviso, è impossibile intravedere umanità, ma solo atrocità e umiliazione.

Una lezione quella di stasera, impregnata da sentimenti contrastanti come la consapevolezza della disumanità e la disperata necessità di sentirsi umano.

In questa pièce appare impossibile non pensare al rimando platonico.

“Nessuno compie il male volontariamente”, è così che Caligola appare, un uomo infelice, convinto di percorre la via della felicità compiendo ciò che ritiene giusto fare per ottenerla. Non può essere odiato, perché infinitamente disperato.

C’è disprezzo per tutto, ma non per la bellezza, per lei, l’arte che sopravvive ad ogni guerra, ad ogni strage, perché più forte anche dell’odio. Il senso di onnipotenza di questo uomo narcisista e vanesio non tollera il diverso, l’ingiustizia diventa giustizia per Caligola che sadico prova piacere nella disperazione altrui. La morte della sorella ed anche amante Drusilla è la causa di questa follia, nulla ha più senso, e forse neanche più nessuno, una dualità nel personaggio come lo è il senso di pietismo provato dal pubblico, perché Caligola d’altronde è vittima di se stessa, anche se contemporaneamente lucido nella sua oscura necessità di uccidere.

Una scenografia essenziale, una vasca colma di palline rosse, uomini e donne trasportati da sublimi sinfonie in perfetta sintonia con le emozioni evocate dai personaggi.

Di Albert Camus, adattamento e regia di Corrado D’Elia, Giovanna Rossi, Alessandro Castelluci, Andrea Bonati, Marco Brambilla, Cristina Carridi, Giovanni Carretti, Andrea Tibaldi, Gianni Quillico, Marco Rodio, Chiara Salvucci. Traduzione Franco Cuomo, scene di Fabrizio Falla, tecnico luci Marcello Santeramo, tecnico audio Mario Bertasa, foto di scena Angelo Redaelli.

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