“Due partite” di Cristina Comencini

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fotoAutrice: Cristina Comencini

Attrici: Giulia Michelini, Paola Minaccioni, Caterina Guzzanti, Giulia Bevilacqua

Regia: Paola Rota

Scene e disegno luci: Nicolas Bovey

Costumi: Gianluca Falaschi

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Due partite segnò nel 2006 l’esordio drammaturgico di Cristina Comencini, scrittrice e regista cinematografica di successo (il suo film La bestia nel cuore, tratto dall’omonimo romanzo, fu nominato all’Oscar in quello stesso anno). Lo spettacolo, con la regia della stessa Comencini e un cast d’eccezione composto da Margherita Buy, Isabella Ferrari, Marina Massironi, Valeria Milillo, ebbe fortuna e venne ripreso anche nella stagione successiva. Dalla pièce venne anche tratto un film dallo stesso titolo diretto da Enzo Monteleone nel 2009.

Le ascendenze della drammaturgia della Comencini si possono rinvenire nella produzione della fine degli anni ’60 di Natalia Ginzburg per la spigliatezza del flusso narrativo-memoriale delle parti monologanti e la leggerezza nell’affrontare tematiche drammatico-tragiche; e nell’esempio fondante di Anton Cechov per l’umorismo di cui è intrisa la rappresentazione della crisi d’identità di una comune umanità che in questo caso è declinata tutta al femminile. Vediamo così agitarsi sulla scena le passioni e le riflessioni di quattro donne: quattro madri nel primo atto, ambientato negli anni ’60 (Beatrice, Claudia, Gabriella, Sofia) e le loro quattro figlie nel secondo atto (rispettivamente: Giulia, Cecilia, Sara, Rossana) ambientato trent’anni dopo (nel testo originale, 45 nella versione odierna). Donne, tutte, che vivono una sostanziale condizione di insoddisfazione e di infelicità nel loro presente, per cui tendono a proiettarsi continuamente nel passato (della famiglia e dell’ineludibile influenza della figura materna) e nel futuro (dei figli che hanno già o che potrebbero avere). La partita a carte che le quattro madri giocano nel salotto anni ’60, mentre le loro piccole figlie giocano nella stanza accanto, è anche quella, lo capiamo bene, della loro condizione esistenziale e femminile; sia per le donne ancora relegate al ruolo di mogli-madri negli anni del boom, che per le loro figlie le quali, alle soglie del terzo millennio, pur avendo raggiunto l’emancipazione sessuale e lavorativa, vivono analoghe inquietudini e dilemmi, soprattutto nei rapporti con l’altro sesso.

La simmetria dell’impianto drammaturgico poggia su situazioni tragi-comiche reiterate e di sicura presa sul pubblico; se dapprima le tormentate confessioni delle madri si stemperano ironicamente misurandosi con le fiduciose aspettative della partoriente Beatrice, in seguito il recente lutto di Giulia (la cui madre Beatrice si è suicidata, così come fece la nonna) relativizza comicamente le nuove ambasce delle giovani amiche; la condanna della maternità come priorità totalizzante dell’esistenza, oggetto di recisa denuncia da parte di Sofia (“Noi siamo la barbarie del mondo!”, urla in una accesso di rabbia e disperazione), si volge in anelito nostalgico in Cecilia, costretta a ricorrere (senza successo) alla fecondazione assistita per l’impossibilità di trovare un compagno con cui metter su famiglia; se negli anni ’60 si fatica a uscire dall’opzione moglie tradita o traditrice, nel ventunesimo secolo il tradimento sembra consumarsi tutto all’interno del rapporto di coppia in un ambiguo, logorante e inconcludente gioco di ruoli tra uomo e donna.

La messinscena si avvale di un suggestivo impianto scenografico composto da un semplice pannello-parete rotante a delimitare, insieme a pochi mobili, il salotto borghese, più colorato e vivace (anche grazie ai costumi) nella prima parte, più sobrio e spoglio (non solo per l’occasione luttuosa) nella seconda parte. Le quattro interpreti Giulia Michelini, Paola Minaccioni, Caterina Guzzanti e Giulia Bevilacqua sono state ampiamente convincenti nell’affrontare la difficile alternanza scandita nel testo tra momenti lirico-introspettivi e interruzioni comiche, qui giocate prevalentemente sul registro farsesco poggiante per lo più su cadenze romanesche e non sempre in linea con l’identità borghese delle protagoniste (come nel caso di Beatrice, la cui caratterizzazione in chiave popolaresca partenopea mal si concilia con le colte passioni letterarie infarcite di citazioni rilkiane). Grazie a loro e all’attenta regia di Paola Rota nel corso dello spettacolo si ride e si partecipa ai patimenti delle protagoniste come è accaduto anche al folto pubblico del Teatro Russolo che ha seguito attentamente il filo delle vicissitudini al femminile sottolineando con applausi a scena aperta alcuni passaggi comici (ma non solo, come è accaduto, imprevedutamente, alla battuta di Beatrice: “Mia madre diceva: con un libro non sei mai sola”), testimoniando, nel complesso, di un rispecchiamento nelle problematiche e nel costume degli ultimi 50 anni di storia del nostro paese.

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