“Gabbiano” di Anton Cechov, adattamento e regia di Carmelo Rifici

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fotoIl teatro di Cechov è talmente frequentato che andrebbe ripreso soltanto nel caso si avesse una nuova idea interpretativa. Il pericolo è che il compiacimento estetico a volte conduce in un vicolo impervio dove lo straniamento impedisce di cogliere l’essenza del messaggio cecoviano. Ma noi, conoscendo il valore di Carmelo Rifici giovane ma affermato regista (Direttore della scuola del Piccolo Teatro e di LuganoinScena), eravamo certi che non avremmo corso questo rischio.

Dunque parliamo del Gabbiano. Non vogliamo parlare di capolavoro, ma di uno spettacolo di rara eleganza formale che si conferma in tutte le sue espressioni, dalle scene ai colori, alle musiche alle luci alla recitazione dei bravissimi attori (ritmo recitativo, toni, posture, gestualità sempre misurata). Anche i nuovi tasselli che Rifici ha disposto nel perfetto mosaico cecoviano risultano funzionali al tema, anzi il suono “scuro” del violoncello suonato live da Zeno Gabaglio (anche Jakov in scena) esprime e dà forza alla travagliata psicologia dei personaggi. Forse un po’ meno il canto di romanze celebri che sono però gradite e servono per rendere meno drammatica la diffusa crisi esistenziale. Interessante anche l’invenzione, in questo gioco del teatro nel teatro, di fare uscire gli attori dai personaggi per comunicare agli spettatori le didascalie di scena.

In una tenuta estiva vicino ad un lago che si trasforma in teatro si svolge monotona e apparentemente priva di senso la storia di Irina una grande, matura attrice, avara ed egoista, incapace di comprendere le aspirazioni letterarie del figlio Kostja che anzi deride di fronte a tutti i presenti, giudicandolo ridicolo. Kostja, nel frattempo, innamorato di Nina, che sogna di diventare una nota attrice, durante un incontro le regala un gabbiano che lui stesso aveva ucciso. La ragazza è inorridita, ma per Kostja quell’uccello privo di vita potrebbe diventare il soggetto perfetto di un nuovo romanzo. Nina – personaggio simbolico che si identifica con il gabbiano ucciso per noia, emblema dell’innocenza fulminata – si innamora di Trigorin (scrittore affermato amante di Irina), uomo fatalista ed egoista che prima la illude poi l’abbandona. Tutti i personaggi (nessuno riuscirà a realizzare i propri sogni) sono l’espressione del crepuscolo di una società ricca e squattrinata, ricca di conformismo, di tradizioni, di riti ai quali non si può rinunciare (la casa di campagna, l’eleganza, i discorsi banali, i giochi di società). Una società borghese che avendo disperso nell’agiatezza valori materiali e spirituali, non può che sprofondare nelle proprie contraddizioni e nella propria vacuità. È l’amore il motore che agita la mente e l’azione dei protagonisti, l’amore che genera conflitti generando, a loro volta, gelosie, delusioni, angosce, contraddizioni, frustrazioni, ipocrisie, cinismi. Questo “Gabbiano” è uno spettacolo che dà il senso dello spaesamento assunto come condizione comune dei giovani oggi, C’è un senso di labilità e di vuoto sul quale poggia l’esistenza di un qualunque essere umano.

Della grande prova attorale abbiamo detto. Sono Fausto Russo Alesi (Trigorin), Emilano Masala (Kostja), Giorgia Senesi (Irina), Anahi Traversi (Nina), Giovanni Crippa (Dom), Mariangela Granelli (Masa), Ruggero Dondi, Igor Horvat, Maria Pilar Pérez Aspa, Zeno Gabaglio e con l’amichevole partecipazione di Antonio Ballerio.

Le bellissime scene sono di Margherita Palli, i costumi di Margherita Baldoni, le musiche di Zeno Gabaglio e le luci di Jean Luc Chammonat.

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