Gabriele Lavia in “Sei Personaggi in cerca d’autore” di Luigi Pirandello

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Foto di Tommaso Le Pera
Foto di Tommaso Le Pera

Roma rivive la magia che si creò nel 1921 quando nel teatro Valle fu rappresentata per la prima volta questa commedia del futuro premio nobel Luigi Pirandello. I costumi, il testo, l’ambientazione, perfino le didascalie dell’autore, tutto è fedele all’edizione del 1925, con alcune aggiunte della versione del ’21, in questo nuovo lavoro di Gabriele Lavia, interprete e regista. Anche se ormai l’opera è studiata a scuola e tante volte lo si è vista a teatro, ancora ci si stupisce della genialità del testo, con quegli arzigogoli mentali che racchiudono tutta la filosofia pirandelliana. L’opera segnò una rottura radicale con le convezioni teatrali del realismo ottocentesco, con l’assenza totale della quarta parete, il rifiuto di mettere in scena i soliti drammi e la fine dell’illusione della finzione teatrale. Ventuno sono gli attori coinvolti, sempre sulla scena, ma c’è una sottile differenza tra di essi: quindici sono gli attori, le maestranze e il capocomico che stanno provando “Il giuoco delle parti”, sei sono i personaggi di un’altra opera che irrompono nel teatro pregando il capocomico di mettere in scena il loro dramma che l’autore si è rifiutato di scrivere. Gli attori, così, si ritrovano spettatori di personaggi condannati a rivivere in eterno le loro vicende segnate di morte.

Espressione di quello che fu definito un “teatro mentale”, composto da personaggi che popolano la mente dell’autore e che prendono vita senza che lui li cerchi, “Sei personaggi in cerca d’autore” è un testo metateatrale, che non mette in scena una tragedia, ma l’impossibilità stessa di una rappresentazione da parte di attori, che a loro volta inevitabilmente sviliscono, trasformano, deformano l’idea originaria di un autore. I personaggi in carne e ossa non si riconoscono negli attori che li impersonano. “Ma che finzione! Realtà, realtà, signori! Realtà” grida il personaggio del Padre quando sente schernire le sue vicende. Gabriele Lavia riesce a ricreare bene la sensazione di spaesamento generale, di follia e di sbigottimento. Sceglie di esasperare i toni, di gridare certi passaggi particolarmente forti. Così pure la giovane Lucia Lavia, sua figlia in scena e nella realtà, si fa carico del suo personaggio particolarmente drammatico caratterizzandolo in maniera a tratti isterico, con passetti sempre nervosi da un lato all’altro della scena, su e giù dal palcoscenico. È quella «giovinetta ardita e procace, vestita anch’essa di nero» descritta da Pirandello, «con uno sfarzo equivoco e sfrontato, tutta un fremito di gaio sdegno mordente contro quel vecchio mortificato». Il regista recupera anche l’intento originario dell’autore, di creare per Personaggi e Attori «una diversa colorazione luminosa per mezzo di appositi riflettori». Così tra luci verdi e fucsia Padre e Figliastra rivivono l’incesto, la Madre come una Madonna lacrimosa piange i suoi lutti, circondata dai figli che di lì a poco la lasceranno, rendendo priva di senso la famiglia che resterà. Sotto una luce chiara stanno gli Attori, nelle loro altalenanti emozioni, attoniti o divertiti di fronte all’assurdità della situazione. Dramma e ironia emergono in egual misura grazie a certi accorgimenti registici e rendono giustizia ad un testo di importanza storica.

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