“I duellanti” descrive la parabola napoleonica

0
281
Condividi TeatriOnline sui Social Network
Foto di Federico Riva
Foto di Federico Riva

Un episodio realmente accaduto ha dato spunto nel 1908 a un libro e, adesso per la prima volta, a una riduzione teatrale. In The Duel Joseph Conrad racconta la singolare sfida ventennale fra due ufficiali de la Grande Armée napoleonica: il nobile francese della Normandia Armand D’Hubert elegante e fiero e il plebeo della Guascogna Gabriel Florian Feraud irascibile e rissoso, accomunati dall’appartenenza al più grande esercito dell’Ottocento, avendo Napoleone consentito l’ascesa agli alti ranghi militari anche a ufficiali di umili origini. Conrad, di nobile famiglia polacca, ha scritto in inglese (sua terza lingua) una storia francese, portata sullo schermo nel 1977 da Ridley Scott con Keith Carradine e Harvey Keitel.

In un angolo del palcoscenico un medico sutura la ferita alla gamba a un soldato che racconta di D’Hubert incaricato dal comandante di condurre agli arresti di rigore Feraud accusato di aver ucciso in duello un civile aristocratico. Rintracciato a casa di una signora, Feraud, irritato, lancia la sfida al collega. Sarà il primo duello di una lunga serie con varie armi, che cadenzerà la loro carriera militare fino al grado di generale, ormai immemori dei reali motivi dello scontro che li rese nemici leggendari, pur appartenendo allo stesso esercito.

Diversi in tutto, indole, stato sociale, orientamento politico, visione storica, concezione dell’onore e della lealtà, uno eticamente rispettoso dell’autorità l’altro ciecamente devoto a Napoleone, la loro carriera militare marciò di pari passo fino al grado di generale, trovandosi fianco a fianco su tutti i campi di battaglia contro il nemico comune, compresa la disastrosa campagna di Russia, dove scomparvero nella neve quattrocentomila uomini e cambiò l’assetto politico europeo. I loro memorabili duelli furono favoriti dall’essere sempre di pari grado, essendo vietato agli ufficiali battersi se di rango diverso.

Distanti, dopo venti anni, più di quanto dovuto alle rispettive origini, l’uno maturo e consapevole dei radicali cambiamenti politico-sociali, l’altro arroccato su convincimenti anacronistici che la storia aveva spazzato via. Un mondo cavalleresco in via di estinzione che applicava regole non scritte, codici d’onore non codificati, eroismi infruttuosi, contrapposizioni sarcastiche: “…un tenente travestito da generale, nominato da un impostore travestito da imperatore”. L’ascesa, la gloria e la caduta di un uomo e di un popolo, poi la restaurazione che vede D’Hubert inserito nel nuovo regime che invoca dal ministro Fouché la grazia per il rivale condannato alla ghigliottina.

Un’introspezione psicologica che rimarca vieppiù la nobiltà di lignaggio e d’animo di D’Hubert e la vendicativa bellicosità di Feraud che arriva a calunniare il rivale sostenendo che “non ama l’Imperatore”. L’avversario non è, quindi, l’altro, ma l’altra parte di sé, facce speculari a se stesse, ombra che rincorre la luce, morte che insegue la vita, sfide accanite ai propri fantasmi. L’ultimo duello, alla pistola, condensa il senso morale dell’uno e il beffardo destino dell’altro: Feraud ha esaurito i colpi e la sua vita è nelle mani del rivale che, per etica cavalleresca lo grazia ma lo dichiara morto.

Prestanti ed eleganti nelle loro divise da ussari blu con ornamenti dorati (costumi di Francesco Esposito), Alessio Boni e Marcello Prayer si affrontano e duellano con estrema disinvoltura, addestrati dallo storico maestro d’armi Renzo Musumeci Greco. I due attori sono versatili nell’interpretare anche altri ruoli, insieme a Francesco Meoni nei panni del colonnello, del ministro e del reduce, rapidissimi nel cambio di costumi, all’interno della scenografia di Massimo Troncanetti che contiene tutte le ambientazioni, illuminate all’occorrenza dalle luci di Giuseppe Filipponio. La violoncellista Federica Vecchio suona dal vivo su musiche di Luca D’Alberto.

Alessio Boni, oltre al ruolo del nobile D’Hubert, condivide la regia attenta e puntuale con Roberto Aldorasi. La drammaturgia, con dispute verbali accurate e dialoghi potenti è curata da Boni, Aldorasi, Prayer e Francesco Niccolini che ha effettuato anche la traduzione. Una collaborazione sinergica per uno spettacolo magnifico.

LEAVE A REPLY