La Cenerentola, ossia La bontà in trionfo

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Foto di Ennevi
Foto di Ennevi

Dramma giocoso in due atti

Musica di Gioachino Rossini

Libretto di Jacopo Ferretti

 

Personaggi e interpreti:

Don Ramiro: Pietro Adaini

Dandini: Modestas Sedlevicius*

Don Magnifico: Giovanni Romeo*

Clorinda: Cecilia Lee*

Tisbe: Chiara Tirotta*

Angelina: Aya Wakizono*

Alidoro: Simon Lim

* Solisti dell’Accademia del Teatro alla Scala di Milano

 

Direttore: Sebastiano Rolli

Regia e luci: Paolo Panizza

Scene: Franco Armieri

Costumi: Valerio Maggioni

Coreografia: Lino Villa

 

Orchestra, Coro e tecnici dell’Arena di Verona

Maestro del Coro: Andrea Cristofolini

Direttore del Corpo di ballo: Renato Zanella

Direttore allestimenti scenici: Giuseppe De Filippi Venezia

 

Allestimento Fondazione Arena di Verona in collaborazione con Opera Futura

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Il Pesarese era quasi al venticinquesimo giro di boa quando Gertrude Righetti Giorgi, già prima Rosina, calcò le assi del Valle come Angelina. Se allora fu un insuccesso, ciò non si può dire di quanto visto al Filarmonico in collaborazione con Opera Futura. Io mi sono divertito e rincasato entusiasta perché per una volta ho assistito a un allestimento fatto da giovani per i giovani. Paolo Panizza affronta il libretto mantenendosi fedele alla tradizione buffa (meglio dire, in questo caso, semiseria), aggiungendo controscene danzate su coreografie di Lino Villa a contorno delle azioni principali. L’impiego di ballerini dà anche corpo alla personalità di Cenerentola, descrivendone il sogno durante il temporale e triplicandola ogniqualvolta essa descriva le molteplici vessazioni subite. In contrapposizione al volere del compositore, che elimina qualsiasi elemento magico originale, il registra strizza l’occhiolino alla tradizione disneyana se entra in scena una carrozza sulle note di Là del ciel e l’orologio a fine atto primo. I personaggi sono ben caratterizzati, in primis le sorellastre, mentre Ramiro e Alidoro soffrono di maggior genericità, seppur sia lo status a imporglielo. Parlano ai giovani le scene di Franco Armieri, giocate su un effetto cartoon anni Cinquanta e valorizzate dalle luci dello stesso regista. Belli i costumi settecenteschi di Valerio Maggioni, tra cui ho notato come le uniche vesti femminili chiuse sul davanti siano quelle di Angelina, quasi a sottolineare il pudore della povera ‘cova cenere’, mentre Clorinda, Tisbe e le cortigiane ostentano gonne aperte a mostrare i calzoni.

La direzione di Sebastiano Rolli si assesta su toni più meditativi che giocosi, a esaltare le riflessioni interiori che contrastano con l’abominevole realtà abitata da Angelina. Lo sento subito, fin dalla Sinfonia e me ne convinco a Un soave non so che. Nonostante ciò, Rolli non manca di polso e, ove l’azione lo richieda, guida l’orchestra verso dinamiche più consone e divertite.

Giovani e quasi tutti debuttanti nei ruoli gli interpreti, provenienti dall’Accademia del Teatro Alla Scala. Si afferma Aya Wakizono, Angelina matura dalle posate movenze di sapore orientale. Wakizono possiede voce dal timbro d’ebano, invidiabile sicurezza nelle agilità e ottima padronanza dei registri. La tecnica, unita a una misurata gestualità, la rende eroina altera e regale, tanto Sprezzo quei don che versa/Fortuna capricciosa pare dichiarazione di guerra dall’intensità con cui è proferita. Pietro Adaini, Don Ramiro, vanta facilità all’acuto (Si, ritrovarla io giuro è il pezzo meglio) e fraseggio autorevole, oltre a discreta presenza scenica. Assai altezzoso il Dandini di Modestas Sedlevicius, voce dal bel timbro virile a suo agio nell’intera linea di canto. Giovanni Romeo è un Don Magnifico non sbracato, accademico, ma che sa districarsi nella parte, anche nei complessi e numerosi sillabati. Spassose e affiatate Cecilia Lee e Chiara Tirotta, rispettivamente Clorinda e Tisbe. Corretto e niente più Simon Lim, Alidoro.

Il coro, preparato da Andrea Cristofolini, incassa un ottimo risultato.

Teatro pieno e numerosi consensi, soprattutto per Wakizono, Aduini e Sedlevicius, salutano questa fortunata produzione.

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