“La dodicesima notte” di  William Shakespeare

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fotoTraduzione di Patrizia Cavalli

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La dodicesima notte” che è poi la notte dell’Epifania (dodicesima appunto dopo quella di Natale) si rifà, senza scomodare Plauto, ad una commedia italiana del cinquecento “Gli ingannati” poi ripresa dal Bandello in una novella. È la commedia dell’ambiguità sessuale, degli equivoci amorosi e si basa su due vicende parallele. La prima narra il plot di due gemelli (nel nostro caso molto intrigante perché uno è maschio e l’altro femmina) Sebastiano e Viola, degli amori impossibili del Duca Orsino per Olivia e di Olivia per Viola che per burrascose vicende è travestita da uomo. Viola a sua volta è innamorata di Orsino (del quale è paggio) il quale non la considera sotto il profilo amoroso credendola ragazzo. Quindi Olivia, Viola e Orsino si inseguono in tondo senza raggiungersi mai (se non alla fine dopo complesse vicende). L’altra trama parallela vede in scena la grande beffa ordita ai danni del maggiordomo Malvoglio da due gentiluomini sbronzi e ilari ubriaconi (uno sir Toby sanguigno falstaffiano, l’altro Andrew allampanata figura tremebonda) con la complicità della fantasiosa serva Maria. Tra le due trame, quella sentimentale e quella buffonesca va ricordato il clown che svapora nei suoi paradossi e aforismi misteriosi e canta all’inizio e alla fine strofe di non facile comprensione.

Ci sono scene indimenticabili di una comicità tanto intelligente quanto eccezionale per i tempi, i ritmi, i toni, i gesti ora imbarazzati ora festanti che il regista Carlo Cecchi ha impostato. Forse la più divertente è stata la lettura della lettera/esca da parte di uno straordinario Carlo Cecchi nelle vesti di Malvoglio col contrappunto dei comicissimi “complottardi” nascosti dietro una siepe.

Nell’interpretazione della commedia il regista accentua gli elementi di incanto ironico sul versante comico. E in questa chiave lo spettacolo è perfetto.

In questa commedia corale e musicale i giovani attori sono sempre all’altezza sella situazione, sono bravi convinti e convincenti. Ricordiamo Barbara Ronchi nelle vesti di Olivia altera e implorante amore, Eugenia Costantini in quelle di Viola in abiti maschili con qualche buffa caratterizzazione, Vincenzo Ferrera (sir Toby) è un bravo simpatico ubriacone, Loris Fabiani è bravissimo anche se forse eccede nella caratterizzazione di sir Andrew, Dario Iubatti è un buffone in cui convivono follia, tristezza e felicità, Daniela Piperno è la brava simpaticissima Maria, Remo Stella è un ottimo Orsino così come Davide Giordano (Sebastiano), Giulio Scarpinato nella duplice veste di Fabian e Valentino, Rino Marino (Capitano della nave e dell’ufficiale al servizio del Duca) e Federico Brugnone (amico di Sebestiano).
Carlo Cecchi, com’è nelle sue corde, è di uno studiato antinaturalismo nelle diverse declinazioni. Nei toni vocali smorzati, nella rigidità dei movimenti, nei gesti e nella mimica (l’espressione ferma del viso ricorda Buster Keaton). Grande dunque Carlo Cecchi nell’interpretazione simil-buffonesca di Malvoglio e nella direzione di tutto il meccanismo scenico e drammaturgico.

La scena minimalista di Sergio Tramonti è caratterizzata da una piattaforma circolare sulla quale si muovono i pochi oggetti e i personaggi in scena. Belli i costumi secenteschi curati da Nanà Cecchi, funzionali le luci di Paolo Manti. Le musiche originali scritte da Nicola Piovani ed eseguite dal vivo dai bravissimi strumentisti Luigi Lombardi d’Aquino, Alessandro Pirchio, Alessio Mancini e Federico Occhiodoro meritano un commento particolare in quanto, come dice il regista “hanno una funzione determinante. Non come commento, ma come azione.

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