“La gatta sul tetto che scotta” di Tennessee Williams

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Foto di Fabio Lovino
Foto di Fabio Lovino

Dopo il grande successo del film del 1958 La gatta sul tetto che scotta (Cat on a Hot Tin Roof) diretto da Richard Brooks tratto dall’ omonimo dramma teatrale di Tennessee Williams e interpretato da Elizabeth Taylor, Paul Newman, Burl Ives, metterlo in scena con un cast di attori bravi ma destinati a perdere nel confronto, è stata una prova di coraggio e consapevolezza dei propri mezzi. Ma, diceva Virgilio “Audentes fortuna juvat”.

Quel che stupisce è la grande attualità di una commedia scritta sessant’anni fa. Il titolo (fedele all’originale) è limitativo, fa pensare che il sesso sia l’elemento chiave del dramma, mentre il tema portante è l’ipocrisia, l’avidità, gli ignobili interessi che, nell’ambito di quella fossa di serpenti che è la famiglia, degenerano in un collettivo gioco al massacro. Un altro elemento è la menzogna. Tutti mentono, fino all’ultima scena, mentono agli altri e a se stessi, mentono sull’amore, sulla sessualità nelle varianti etero e omo, sulla morte.

Ed ora la trama.

Nella casa di un ricco possidente terriero, in occasione dei festeggiamenti per i 65 anni del Padre, si ritrovano oltre alla Madre il figlio Brick con la moglie Maggie e il fratello Cooper con i figli e la moglie Mae di nuovo incinta. Tutto si svolge nella stanza da letto, una specie di ring dove si affrontano Maggie e Brick, lei la “gatta” fa le fusa e tenta invano di sollecitare sessualmente il marito che depresso e alcolizzato la rifiuta con ferma determinazione. Brick è distrutto dal dolore per il suicidio del suo ex compagno di squadra Skypper al quale era legato da un amore profondo sincero. I fratelli per festeggiare il padre, inconsapevole malato terminale di cancro, gli mostrano un falso esame clinico negativo. Tutti, tranne la madre, sanno del trucco e, in vista della vicina scomparsa del vecchio, Cooper come un avvoltoio prepara un documento per l’eredità che viene sdegnosamente rifiutato da Brick e dalla madre che, informata dai figli condivide lo sdegno dell’adorato figlio. Nel frattempo il padre euforico, credendosi guarito, confida a Brick che, stanco di sopportare l’ottusa invadenza della moglie intende dedicare il resto della vita alle gioie terrene, profane, goderecce. Poi nella discussione vengono smascherate le reciproche finzioni: il Padre incalza Brick che alla fine confessa la propria omosessualità e nella drammatica scena anche il vecchio viene a sapere la verità del suo male. La commedia termina con Maggie che, per mortificare gli appetiti patrimoniali (leggi eredità) della prolifica cognata, dichiara di essere incinta. E sembra convincere il marito di dar corpo alla finzione.

Vinicio Marchioni interpreta bene la parte di Brick anche se in certi momenti avrebbe potuto esprimere la propria disperazione in modo più contenuto, con maggiore interiorità. Lo stesso dicasi per Paolo Musio (il Padre) che alterna momenti di alta intensità ad altri di alto tono melodrammatico. Vittoria Puccini ha le physique du rôle (purtroppo mancano come nel film i primi piani), è bella e interpreta bene la figura di Maggie forse in modo fin troppo composto. Voglio dire che della “gatta” ha le movenze ma non quella sensualità che, nell’immaginario, la parte richiede. Bravi gli altri interpreti: Franca Penone (la madre), Carlotta Mangione (Mae), Francesco Petruzzelli (Cooper), Salvatore Caruso (nella doppia parte del prete e del medico). Le belle scene sono curate da Dario Gessati, i costumi da Gianluca Falaschi, le musiche da Francesco De Melis e le luci da Pasquale Mari.

Arturo Cirillo che abbiamo recentemente applaudito come attore e regista nello Scende giù per Toledo”, “Chi ha paura di Virginia Woolf”, “Zoo di vetro”, si conferma ottimo regista anche se avremmo preferito vederlo anche in scena.

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