L’intrusa

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fotoNell’atmosfera delicata del Relais Santa Croce, Lucia Poli interpreta due pezzi del teatro contemporaneo, tratti dal libro di racconti Odette Toulemonde di Éric-Emmanuel Schmitt, che, a sorpresa, è tra il pubblico in una delle ultime serate, a godersi la prima rappresentazione in assoluto de L’intrusa.

La pièce che dà il titolo allo spettacolo è preceduta da È una bella giornata di pioggia, che racconta la storia di Hélène, un’inguaribile pessimista salvata dall’amore. Antoine, alto e prestante, riesce in qualche modo ad ammortizzare il suo universale disprezzo, ridendo del suo cinismo gelido e rimanendo all’ombra di una personalità così eccentrica. L’atto d’amore per Hélène è un silenzioso insegnamento ad affrontare la vita con occhi diversi, con la “fede luminosa” nelle cose del mondo che proteggerà la donna da sé stessa, in una grigia, miracolosa giornata di pioggia. Un aperitivo frizzante di una serata magica.

La protagonista de L’intrusa è una donna meno forte di Hélène, non più giovane, ossessionata dalla presenza di un’estranea in casa sua, che la polizia non riesce a cogliere in flagrante. Maligna, sfuggente, l’intrusa si aggira nella quotidianità della donna, soffocandone la serenità casalinga durante l’estate più calda del secolo. Ma la donna non ne ha paura come se ne ha di un ladro o di un aggressore, piuttosto ne è preoccupata come di un cambiamento che non siamo pronti ad affrontare. La sua instabile fragilità stride con la caparbia indifferenza con la quale la donna brama la cifra aggiornata delle morti provocate dalla canicola, che scrupolosamente appunta su un quadernino, mentre, in una fresca vestaglia di seta, si gode il refrigerio della sua aria condizionata. È una sofferenza altra, lontana, quella tradotta in numeri dalla presentatrice del telegiornale, un soffocare che opprime all’esterno, fuori dalla sicurezza domestica che è violata soltanto dall’intrusa.

Lucia Poli si conferma – se mai ce ne fosse stato bisogno – un colosso del teatro italiano, capace di fondere umorismo sferzante ed eleganza solenne, con una voce fresca, sagomata da una dizione che il tempo non riesce a deteriorare. La collaborazione tra il Teatro Verdi e Pupi e Fresedde, residente nel Teatro di Rifredi, offre al pubblico fiorentino una serata di classe che non si perde in orpelli e punta dritto alla qualità, valorizzando al meglio la signora del teatro grazie alla regia intelligente, precisa e mai eccessiva, di Angelo Savelli. Un’ora e mezza di recitazione priva di qualsiasi pesantezza, che riempie la Sala Musica del Relais di parole vere e leggere, senza violarne la raffinatezza. La disposizione delle sedute non ricorda un teatro, piuttosto allo spettatore sembra di sbirciare nell’intimità delle protagoniste, attraverso le accurate parole di uno scrittore che viene voglia di leggere. Da questa posizione privilegiata, ci si affaccia su una realtà che sprofonda nel finale, rivelando la gracilità dell’essere umano, facile preda dei turbamenti dell’animo.

All’audacia lungimirante di Savelli va il grande merito di aver intuito il potenziale teatrale dei racconti di Schmitt, battendo per primo un sentiero che – speriamo – verrà percorso da molti dopo di lui.

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