“Qualcuno volò sul nido del cuculo” di de Giovanni-Gassmann

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fotoDale Wasserman e Hollywood hanno reso celebre il romanzo di Ken Kesey “Qualcuno volò sul nido del cuculo”, rendendo iconico lo sguardo sperduto e deciso di Jack Nicholson con i suoi basettoni e il berretto di lana, ma il riadattamento di Maurizio de Giovanni messo in scena dall’innovativa regia di Alessandro Gassmann rapisce piacevolmente lo spettatore in quasi tre ore di spettacolo, coinvolgenti e sorprendentemente scorrevoli.

La pièce è ambientata nel manicomio di Aversa e il Randle McMurphy di Nicholson è splendidamente interpretato da Daniele Russo che lo tramuta in un fresco scugnizzo dei fondi, dalla tipica e trascinante ironia genuina, che vive di espedienti e piccole truffe. Il cast è brillante e preparatissimo e alcune maschere teatrali tipiche prendono vita nel microcosmo che viene a crearsi tra le mura dell’ospedale psichiatrico (notevole la macchietta emiliana che spicca tra i degenti).

Svariati i richiami ad una Napoli, specchio del mondo, dove il debole viene schiacciato e solo i furbi riescono a vincere; i malati sono dei deboli, recatisi lì perché in fuga dall’oppressione degli obblighi imposti dalla realtà, sono indifesi, repressi, sognatori, ribelli, disobbedienti sconfitti.

Ti curano punendoti e ti puniscono curandoti”, insegna uno di loro al protagonista novello arrivato.

Sarà Dario Denise, versione italiana di Randle MCMurphy, a risvegliare la scintilla nelle loro menti assopite dai farmaci, nei loro occhi annebbiati dalla inettitudine a vivere in un mondo a loro inadatto.

Voi non siete pazzi, siete angosciati!” urla l’eroe alla sua nuova famiglia di “malati”.

Ma il flusso di reazione sarà arginato dalla rigida autorità di Suor Lucia (eccellentemente interpretata da Elisabetta Valgoi – a tal punto che, una volta terminata la rappresentazione e uscita l’attrice sul palco a ricevere gli applausi, quasi il mio entusiasmo rallenta e mi vien voglia di manifestare il mio disprezzo nei confronti di un personaggio tanto meschino e infimo).

Quelli come voi siamo noi che li facciamo impazzire”, dice minaccioso Denise alla rigorosa suora imperturbabile.

La rivisitazione tutta italiana coinvolge la platea creando un ambiente familiare fatto di passione calcistica (la prima prepotente sommossa è organizzata per proiettare in tv la finale dei mondiali Italia-Germania con tanto di telecronaca sul gol di Prandelli) e musica italiana (in più di un occasione si nota l’omaggio a Napoli e a Pino Daniele tramite il personaggio dell’eroe che ripete “Je so pazz’, je so pazz’” e canta scanzonato A me mè piace ‘o blues”).

In un ambiente angoscioso e opprimente, reso perfettamente da una scenografia dettagliata ed eccellente, gli autori riescono in molte occasioni a strappare un sorriso grottesco e surreale al pubblico in situazioni dove il riso è caratteristica solo dei folli, generando applausi a scena aperta.

Notevole la rappresentazione dei degenti incurabili sottoposti ad elettroshock e rinchiusi nelle celle. Di loro si accenna solamente, ma partecipano alla scena con sorprendente lucidità, partecipando con danze liberatorie durante la festa clandestina organizzata da Denise e manifestandosi con urla animalesche e angoscianti durante “la cura invasiva” imposta al protagonista (dimostrando quindi una lucida empatia con il mondo all’infuori delle celle).

La scena si presenta con due profondità: una rete trasparente delimita la realtà all’interno e all’esterno del manicomio, creando una fotografia di stampo cinematografico (sostenuto anche da una colonna sonora vibrante e sincopata), un’atmosfera irreale e ovattata, quasi ci fosse un filtro ottico.

La rete però ha un’ulteriore funzione, diventa schermo per un proiettore che crea reali effetti speciali, come l’aggressione alla suora in uno scatto d’ira incontrollata del protagonista, o i pensieri onirici del pazzo Ramon (il gigante buono che ha paura di vivere nel mondo reale perché non all’altezza di affrontare le brutture che incontrerebbe), ma soprattutto diventa porta da sfondare, vetro da infrangere, via di fuga verso la realtà, il coraggio, la libertà del gigante buono che, ironia della sorte, ricorrerà in questa versione, alla statua della Madonna, tanto amata dalla laica monaca aguzzina, come mezzo foriero di insurrezione e iniziativa.

Lo stampo cinematografico si ripropone in chiusura con i titoli di coda proiettati sulla rete: in basso il personaggio (e non l’attore!) reale, in scena, e sullo “schermo” i nomi dei due.

 Le due ore e mezza di spettacolo potrebbero intimorire, ma la rappresentazione scorre piacevolmente. L’opera di Ken Kesey offre spunti di riflessione interessanti e profondi, ma la messa in scena di de Giovanni strattona lo spirito critico ed emotivo dello spettatore stimolandolo a ragionamenti, oltre che sulla trama, anche sulle sconfinate potenzialità tecniche della macchina teatrale.

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