Amuleto

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Foto di Alessandro Botticelli
Foto di Alessandro Botticelli

di Roberto Bolaño

Traduzione: Ilide Carmignani

 

Con Maria Paiato

 

Regia: Riccardo Massai

Disegno luci: Lucilla Baroni

Costume: Ilaria Baroncelli

Disegno sonoro: Vanni Cassori

 

Produzione: Archètipo in collaborazione con Teatro Metastasio Stabile della Toscana

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Alcira Soust Scaffo, maestra uruguaiana, poetessa e vagabonda, emigrò dal Paese nel 1952 per raggiungere Città del Messico ove divenne leggenda. Quando, in pieno clima rivoluzionario, il 18 settembre 1968 l’esercito di Gustavo Díaz Ordaz invase la Facoltà di lettere e filosofia, Alcira si nascose nella toilette femminile e vi rimase per quindici giorni bevendo solo acqua. Roberto Bolaño la conobbe nel 1970 e la immortalò, sotto l’alter ego di Auxilio Lacouture, come voce narrante di Amuleto. Auxilio la mitomane, la “madre di tutti di poeti messicani” come ama celebrarsi, riporta in vita gli intellettuali che ha frequentato, tra cui León Felipe, Pedro Garfias, Lilian Serpas, presunta amante del Che e madre del pittore Carlos Coffeen Serpas, e lo stesso Bolaño, nel romanzo Arturo Belano. In un percorso dove i confini tra Storia e lirica si confondono, i fatti mutano in visioni apocalittiche a tratti anche divertenti.

Ci sono attrici che sanno arrivare allo stomaco e Maria Paiato è una di queste. Bisogna vederla almeno una volta in vita per capire come si fa e che cos’è il vero teatro. A lei, sotto lo sguardo attento del regista Riccardo Massai, il compito di monologare da sola per un’ora e venti senza intervallo. Ogni parola, ogni gesto è reso con quello stile particolare e impeccabile di Paiato, frutto della consacrazione di anima e corpo al testo che sa rimanere umana, empatica e tragica al contempo. Entra reggendo un fiore in un bicchiere, posa ripresa da una foto di Alcira nel 1975. Rimarrà sempre in piedi, pochi spostamenti dal centro, sotto un occhio di bue che lascia il posto ad altri giochi, dal controluce al blackout, dai fasci radenti alle accensioni improvvise pensate da Lucilla Baroni. I ricordi tornano alla mente anche attraverso le brevissime incursioni sonore di Vanni Cassori.

L’esito non muta da cinque anni fa, quando vidi la sua Erodiade al Teatro Goldoni. Come allora, il pubblico al termine la applaude e non la lascia andare via. La vorrebbe abbracciare, idolatrare, amare, portarsela via con sé. Come amuleto.

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