“Cassandra o del tempo divorato” da Omero, Eschilo, Euripide, Seneca

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fotoCassandra negandosi ad Apollo venne dal dio punita togliendole il dono della persuasione. Cassandra è la tragica eroina che legge il futuro ma non riesce a comunicarlo. Quell’impotenza ad essere creduta la precipita nell’isolamento più assoluto, nella disperazione assordante dell’incomprensione e della solitudine. Nella drammaturgia condotta dalla stessa Pozzi e da Massimo Fini parte dal mito greco da Euripide, Eschilo, Seneca e vi confluiscono un collage di testi da Christa Wolf, Wislawa Szymborska, Brudillard. Il linguaggio è dunque contemporaneo per indagare la civiltà del presente e il suo declino “gli esseri umani – dice Elisabetta Pozzi  hanno perso di vista il loro fine e nel momento in cui le leggi dell’economia hanno preso il sopravvento, si è persa un’intera civiltà che si dirige verso la propria distruzione avendo perso la propria identità”.

Un mondo, ridotto a mera immagine, troppo occupato ad indagare la natura, le cose, gli uomini e così che perde la sua essenza, un mondo è così che smette di Essere, di essere parte di quell’Uno da cui spesso ci si dimentica di farne parte.

Cassandra viene derisa; non creduta, pazza-pazza è il suo nome per coloro che hanno paura di immaginare mondo diverso, perché è meglio non credere né più agli dei, ma neanche più agli uomini.

Cassandra è privata della dignità, alienata dal mondo è l’unica a coglierne il senso, il paradosso di questa vita che mostra a noi la Sacerdotessa, è l’inevitabile, non aprire gli occhi davanti al limite, non accettare, ma stuprare chi dice la verità, spogliandolo di quel diritto a esserci.

La sua Cassandra è una donna contemporanea che viaggia dal passato al presente. E’il grande teatro di parola che si declina in tutti i suoi accenti

Elisabetta Pozzi, sola in scena, sublime interprete dell’animo esulcerato della protagonista, gioca avvolta in un alone di malinconia e sensualità. È l’ennesima grande prova di attrice di Elisabetta che con lievi variazione di voce dà vita a personaggi diversi esplorati nelle varie sofferenze.

Molto belle ed evocative le musiche e gli ambienti sonori di Daniele D’Angelo, che sembrano costruire, attraverso il solo suono, sulla scena neutra dei veri e propri ambienti diversi, di una realtà interna ed esterna all’eroina classica”. La coreografia è curata da Aurelio Gatti che dirige la due bravissime danzatrici (Carlotta Bruni Rosa Merlino) e il mimo giapponese Hal Yamanouchi.

Il minimalismo scenico è disegnato da Guido Buganza, i costumi di Livia Fulvio, le luci sono curate di Luca Bronzo.

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