“Classe di ferro” di Aldo Nicolaj

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fotoInterpreti: Paolo Bonacelli, Giuseppe Pambieri e Valeria Ciangottini

Regia: Giovanni Anfuso

Scene: Alessandro Chiti

Costumi: Adele Bargilli

Musiche: Massimiliano Pace

Luci: Giovanni Caccia

Produzione: Associazione Culturale Laros di Gino Caudai

Esordio nazionale a Trieste al teatro Miela per il cartellone “Altripercorsi” del teatro Stabile del Friuli Venezia Giulia.

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Un mondo argentato accoglie lo spettatore che entra in sala al Teatro Miela di Trieste.

Fuori lasciamo la Bora, il famoso vento che Eolo ha regalato, quasi in esclusiva, a Trieste.

Una musica dolce fa pensare alla ballerina di un carillon che ripete le sue movenze con grazia maniacale e così le note, che si ripetono monotonamente quasi con piglio ossessivo, entrano con forza gentile nelle orecchie e nelle menti di ciascuno.

Le luci sono fantastiche! Sembra tutto d’argento! E la terza età è d’argento ed anche il ferro ha un colore grigiastro, d’altronde si dice “grigio ferro” per indicare una particolare sfumatura di colore. Particolare: la tematica degli “anziani”… Ma non mi piace questa parola. In un paese della Calabria è bandita dal parlare quotidiano la parola “vecchio” ed io vorrei evitare anche la parola “anziano” perché rimanda immediatamente ad un senso di disagio e di malinconia! Mi piacerebbe usare il vocabolo “grandi”, in effetti gli “anziani” sono solo più grandi e se poi qualcuno è davvero Grande spesso si corre il rischio di non accorgersene perché poco tempo e poca attenzione dedichiamo ai nostri “grandi”.

Ma le divagazioni sospendono il loro peregrinare all’entrata dei personaggi. Belli! Sono belli mentre si posizionano in penombra nelle inquadrature perfette, per i tagli di luce, per le sfumature, per le vibrazioni che la loro luce emana!

Sono già conquistata! Premetto che ero già arrivata, ben predisposta. L’incontro della Compagnia, al completo, con il pubblico che si è tenuto al Caffè San Marco, sabato mattina alle 11,30 ha dato modo di tratteggiare ed anzi approfondire sia la tematica dello spettacolo, sia le problematiche del Teatro in generale e di questi ultimi anni o mesi in particolare, ed inoltre ha reso vicini e “umani” gli attori che ci hanno parlato a lungo del testo e della storia.

Siamo quindi già amici dei personaggi che cominciano a muoversi sulla scena. Li conosciamo un po’ ed ognuno ha già le sue preferenze. Come se un amico vi parlasse di un conoscente e poi vi trovaste ad incontrarlo. Vi parrebbe di conoscerlo, di intuire i suoi pensieri e quindi comprendere meglio le sue parole!

E così incontriamo Libero Bocca (nella magnifica interpretazione di Paolo Bonacelli), seduto sulla panchina protagonista della scena, pensionato stanco, ma sano, sanissimo, in pieno possesso di tutte le sue ‘funzionalità’. Parla con parole lente, farfuglia quasi costretto a rispondere all’inizio, mentre poi diventerà un loquace descrittore delle sue visioni. E’ un sognatore e pur, in perfetta lucidità, vuol convincersi di poter ritrovare le persone che ha conosciuto da bambino “Avevo circa sette anni e il Sindaco del paese di mia madre mi faceva saltare sulle sue ginocchia …trotta trotta…. Sono sicuro che ci aiuterà… Ci aiuteranno tutti.”

Luigi Lapaglia (un anziano giovanissimo a cui dà vita e ritmo Giuseppe Pambieri) cerca di riportarlo alla ragione. “Sono passati sessantanove anni” e la frase sembra amplificarsi nell’aria. Personaggio vivace, si muove sulla scena con l’agilità di un giovanotto e comincia ricordando la camerata della caserma quando era nudo come un verme insieme a tanti altri della sua età per la visita militare.

Artiglieria!” “Fanteria!” Scoprono di avere la stessa età: solo sei mesi di differenza. Classe di ferro! Si diceva così…

Mentre i due uomini ritrovano, al di là delle ritrosie dell’uno e delle reticenze dell’altro, molte abitudini in comune, molti ricordi, rimpianti, delusioni e speranze (sì, anche speranze! Chi l’ha detto che i “grandi” guardino solo indietro, al passato?? Si è vecchi davvero quando non si hanno più progetti!)…

avanza leggiadra sulla scena una figura femminile e sottolineo femminile perché Ambra (una splendida, magica, deliziosa fanciulla-farfalla Valeria Ciangottini) porta la sua allegria e giocosità come un prezioso regalo al mondo e quasi un acquerello colora quel parco pubblico dove giostre ed altalene stanno a ricordare l’alternanza delle fortune e la continua percentuale di variabile che la vita riserva ad ognuno.

Ambra si presenta e Luigi le riserva le sue ammiccanti galanterie. “Sono Ambra, ma per tutti sono la Maestra perché ho insegnato ai bambini per tanti anni…” a me sembra Azzurra, quasi la fatina turchese, nel suo abito svolazzante azzurro (pervinca?) e si mostra compiaciuta nella bellezza del suo corpo e del suo viso, nella cura del suo aspetto perché “mi piace farmi trovare in ordini dai miei alunni, quando vengono a trovarmi…” È quasi come un ago della bilancia che mantenga l’equilibrio fra i due piatti, che continuamente oscillano fino a trovare il punto preciso di armonia, se mai si troverà.

È uno spettacolo da rivedere per assaporare le parole che fuggono via, quasi nascoste dal fiume di emozioni che vibrano e travalicano dalla scena alla platea. Si ride, con piacere a tante battute. Ironico, ma anche struggente, delicato e ridondante, drammaticamente attuale, pregnante, catartico. La contraddizione della vita c’è tutta!

Grandi gli attori nell’accezione di meravigliosamente bravi!

Le luci fantastiche, in un continuo gioco di colori ed atmosfere che amplificano sensazioni e suggellano quadri scenici!

La scenografia indovinata, calda con il legno che comunica vibrazioni antiche. La torre, che fa pensare al fortino di un campo militare, rende possibile il gioco e le scivolate di Ambra ma anche le affascinanti posizioni sceniche di Luigi che da lassù sembra guardare con disincanto il mondo che lo circonda e lo imprigiona. Deliziosa la finestra con tendine e ciclamini in armonioso contrasto con il profilo essenziale dell’automobilina!

Tre persone si incontrano in un parco giochi. La metafora del gioco della vita ci balza inevitabilmente incontro e ci fa riflettere. Ognuno di noi pensa a qualcuno che ha dovuto conoscere il luogo che ci fa vergognare… l’ospizio… È naturale ed è sana la voglia di fuggire. Ed i due nuovi amici programmano la fuga, anzi no, una nuova vita nel paese che guarda il mare.

I costumi suggestivi, originali, ben pensati per ciascun personaggio. Tre colori predominanti col perfetto abbinamento di cappelli ed ombrelli e tutto il resto, a dimostrazione di come la data di nascita sia solo una nota anagrafica, per come eleganti e ben curati ci si possa presentare, a qualunque età.

La musica ripete il ritornello che sottende a tutto lo spettacolo, ben mirata al cuore nell’emozione che sfiora la commozione

Il regista Giovanni Anfuso ha mirabilmente guidato questi magnifici attori, come ha lui stesso ha dichiarato nell’incontro: “ È stato magico lavorare con questi tre grandi attori. Bastava che io chiedessi un movimento o un’emozione o suggerissi un’indicazione ed immediatamente la ottenevo”.

Quando si è bravi, veramente bravi, quando si è spesa una vita sulle tavole del palcoscenico, quando ci si mette in gioco ogni sera con passione ed amore… quando è così, il pubblico se ne accorge e ringrazia.

Applausi applausi applausi! Il pubblico ha applaudito a lungo!

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